Melanie Klein faceva risalire le psicosi ai primi anni di vita dell’individuo in famiglia: il bambino ama i genitori perché dipende da loro, ma li teme e proietta su di loro la sua frustrazione, perché loro non sono sempre lì a soddisfare i suoi bisogni; questa ambivalenza produce nel soggetto una scissione. Dello stesso avviso Freud, Adorno e Horkheimer: niente incasina più della famiglia.
Materia fondante del “teatro del salotto borghese” è lo studio scientifico delle storture che la famiglia produce sulla società; un secolo prima del regista norvegese Joachim Trier, i drammaturghi Ibsen e Strindberg portavano in scena spietati ritratti di famiglie, sperimentavano a teatro situazioni di verosimile riproducibilità (il naturalismo), analizzavano l’incesto, il tema del doppio, la scissione.
Sentimental Value (Affeksjonsverdi) di Joachim Trier si apre proprio come un dramma da camera ottocentesco: prima ancora della vicenda, viene illustrato allo spettatore il palcoscenico, la casa di famiglia dei Borg; la costruzione della villa risale all’Ottocento e le sue numerose ristrutturazioni seguono la saga dei Borg, dalla fondazione ai giorni nostri, passando per l’occupazione nazista e il governo fantoccio di Quisling (momenti, questi, che la regia gestisce magistralmente attraverso un oculato uso delle analessi).
Il finissimo montaggio del film, essenziale e umano, pare andare di pari passo con le chirurgiche note di regia di Ibsen, mostrando prima gli esterni della casa, poi le camere, gli Interiors di Woody Allen che in parte, a suo modo, Sentimental Value richiama. L’assunto è semplice, una casa non è mai solo la somma delle parti che la compongono, quanto i fantasmi che di generazione in generazione vanno sedimentandosi (Gengangere – Spettri, era per altro un dramma di Ibsen del 1881).
La madre di Nora (Renate Reinsve) e Agnes (Inga Ibsdotter Lilleaas) è l’ultimo di questi fantasmi; il suo funerale è l’occasione per il marito Gustav (Stellan Skarsgård), che l’ha abbandonata, di rivedere le figlie per cui non c’è mai stato e cercare di mettere qualche pezza: Gustav Borg è un regista di successo e propone ora a Nora il ruolo di protagonista per il suo ultimo film, che ha costruito intorno a lei.
La scelta di Nora non è casuale: delle due è quella che ha un rapporto più conflittuale con il padre, e non stupisce allora che sia finita a fare l’attrice, di teatro naturalmente. Occorre ricordare che anche Agnes, ora archivista e accademica, è stata a suo tempo un’attrice: quand’era bambina, nel maggiore successo del padre. Nel momento in cui Nora si rifiuta, Gustav propone la parte alla star americana Rachel Kemp (Elle Fanning), che trasforma in un ulteriore doppio di Nora. I doppi, la famiglia e la scissione, è teatro da camera contemporaneo.
Sarà Rachel Kemp, durante la produzione del film di Gustav, a introdurre la prima porzione di una vena squisitamente meta-cinematografica, che attraversa tutto Sentimental Value; d’altronde il film di Trier è anche la storia della genesi del film di Borg.
La Kemp si interroga spesso se il suo modo di recitare “americano” non sia inadeguato per uno stile distaccato come quello nordeuropeo. Quel che non comprende, o finge di non comprendere, lascia lo stesso spettatore sbalordito: guardando Sentimental Value, si ha spesso l’impressione di non vedere attori, ma persone. Questo è il più grande punto di forza della pellicola; Joachim Trier porta in scena una vicenda, dei personaggi estremamente verosimili, pulsanti di carne e sangue. Complice è tanto la sceneggiatura impeccabile, fatta di dialoghi autentici e vani, quanto le interpretazioni eccellenti e distaccate di Skarsgård, Reinsve e Lilleaas, che non scadono mai nel manierismo e, anzi, proprio perché non sono plateali, risultano più veritiere.
Qui la grande differenza con il teatro da camera ottocentesco: Trier non intende muovere critiche a nessuna società borghese, vuole solo raccontare un dramma familiare a modo suo. Non esiste un antagonista, solo persone verso cui l’empatia dello spettatore si avvicina o si fa più distante come la risacca a sera. Anche per questo il film risulta così inaspettato: si ritaglia la sua parte nel panorama cinematografico europeo e si stacca di netto dai drammi familiari suoi contemporanei.
Sulla colonna sonora, infine, non si spendono troppe parole: è impeccabile. Siamo tutti debitori di Labi Siffre.
