A volte capita che ti si apra un buco nel soffitto e che nessuno sappia dirti il perché, costringendoti a trasferirti in un hotel. Capita, poi, che un buco ce l’abbia anche tua figlia, nella pancia, una voragine che vorresti richiudere al più presto. Può succedere anche che tuo marito sia fuori per lavoro o che una tua paziente scompaia o che un criceto indemoniato scappi dall’auto.
Tutto questo, tutto insieme, è capitato proprio a Linda.
Rose Byrne, che per questo ruolo è attualmente in corsa per l’Oscar, è Linda, una psicologa intenta a sopravvivere alcune settimane da incubo in cui tutto sembra sfuggire al suo controllo.
L’evento scatenante è il crollo del soffitto della camera, che costringe lei e la figlia a vivere temporaneamente in un albergo.
Potrebbe essere l’occasione per vivere qualche settimana come fosse una vacanza, per distrarsi al buffet della colazione o giocare col guardiano James (un sorprendente ASAP Rocky), invece non lo sarà affatto. Complice un susseguirsi di eventi catastrofici, le notti si fanno interminabili, scandite dai suoni dei macchinari che tengono in vita la piccola e dall’aprire le confezioni di quante più distrazioni possibili.
C’è la responsabilità di dover tenere in vita la figlia mentre il marito è a lavorare fuori per due mesi; c’è il dovere di continuare a lavorare, ascoltando in un perenne stato di allucinazione i problemi dei propri pazienti.
Ma alla base c’è un’inquietudine esistenziale che emerge brillantemente dalle sequenze più sperimentali, in cui diventa chiaro che nella vita di Linda non c’è più alcuna possibile via di fuga, neanche nell’immaginazione: è una mamma, è una mamma di una figlia malata, e non ha assolutamente idea di come gestire lei e sé stessa.
Il suo universo ha subìto un collasso che l’ha ridotto ai minimi termini, a poche fastidiose stelle polari che hanno ucciso il brulicare di tutti gli astri minori che rendono completo il firmamento.
Il risultato è un generale senso di claustrofobia e, a tratti, di vera e propria paura, sensazioni rese possibili dal fatto che l’angoscia di Linda viene trattata con gli stessi strumenti dell’horror. Vorremmo farla uscire da quel mondo e uscire noi stessi dalla sala, ma al contempo siamo ipnotizzati dal desiderio di assistere da lontano allo spettacolo di una nave che affonda.
La sua frustrazione non si riduce solo alla mancanza di manuali su come essere una brava mamma – a un certo punto, nella disperazione, chiede Cosa devo fare?, e non può che tornare in mente il bellissimo monologo di Fleabag sul bisogno di una guida.
L’eccezionalità dell’emergenza è piuttosto un foglio lucido attraverso cui si intravede la fatica che Linda fa ogni giorno, e che continuerà a fare per il resto della sua vita.
Non è il buco nel soffitto, non è neanche la malattia, non è nulla di tutto questo, è: Perché sono diventata mamma? È giusto che io lo sia? Diventare madre è una scelta irreversibile, ma voglio ancora esserlo?
È curioso, in questo senso, indagare i vari significati possibili del titolo, che in inglese fa ancora più effetto: If I had legs I’d kick you. Se avessi le gambe ti prenderei a calci. Il punto, secondo me, è che le aspettative che inevitabilmente travolgono una madre fanno sì che questa diventi una sorta di donna angelica che non è neanche più una donna, bensì un’entità incorporea amorevole e servizievole mossa dall’innato senso materno e dall’amore sconfinato per la propria creatura. Per cui le gambe effettivamente no, non ce le ha, perché le sono state tagliate proprio il giorno in cui ha partorito per evitare che potesse prendere a calci la figlia.
Durante le conversazioni col suo terapeuta (Conan O’Brien), Linda si ritrova a confessare dei pensieri atroci che solo recentemente il cinema ci sta concedendo di ascoltare.
Non è un caso, credo, che questo film sia uscito a breve distanza rispetto a Die, my love, che entrambi siano diretti da registe e che entrambi cerchino di smantellare la convenzionale narrazione eroica della maternità.
Significa che si sta avvertendo l’esigenza di legittimare una voce che non è neanche fuori dal coro, ma è solo rimasta in sordina per permettere al sistema consolidato nei millenni di poter continuare ad agire indisturbato. E invece è bene farla uscire soprattutto in questo momento storico, dove sta tornando di moda in alcune bolle social il modello della donna tradizionale, ossia mamma e casalinga: è bene che film come questi vengano fatti per de-idealizzare tutto ciò che oggi può pericolosamente essere ridotto a estetica.
Credo che sia iniziata una riflessione profonda e profondamente scomoda sul piedistallo dorato riservato da sempre alla maternità.
La scomodità è duplice: da un lato dobbiamo abituarci a vedere rappresentato e finalmente riconosciuto l’immenso carico psicologico (e fisico!) di una madre, che in questo caso è anche una caregiver a tempo pieno. Ossia dobbiamo ancora abituarci all’idea che una madre nasce nello stesso giorno in cui nasce suo figlio, e che sentirsi persa, stressata e arrabbiata non è affatto l’eccezione.
Dall’altro, però, non possiamo non vedere la situazione dalla prospettiva primaria che per forza di cose accomuna tutti noi: la prospettiva dei figli. Ammettiamo che ci piaccia vedere la realtà materna senza filtri perché magari legittima i sospetti che abbiamo sempre nutrito rispetto alle narrazioni idilliache che sempre ci hanno propinato; ammettiamo pure che queste donne non siano cattive madri e che stiano semplicemente esplicitando ciò che è rimasto tabù per secoli. Ma le vorremmo come madri?
Vorremmo Linda come madre, pur apprezzando la sua schiettezza? La vorremmo anche solo come terapeuta, sapendo che è così umana da risultare mostruosa? Riusciremmo a perdonarla?
In questo film nello specifico c’è stata una particolare scelta registica che ci obbliga a vedere solo lei, soffocando qualunque altro esercizio di empatia: non solo non conosciamo il nome di sua figlia, ma neppure la vediamo in faccia.
Siamo costretti a stare solo con Linda, a essere lei, a vivere la sua crisi senza poter distogliere lo sguardo. Ora è più difficile giudicare.
