Rental Family - Recensione

Rental Family - Recensione

Negli ultimi anni il cinema ha spesso interrogato il concetto di solitudine in una società iperconnessa eppure emotivamente desertificata. Con Rental Family, Hikari affronta una delle derive più sottili e inquietanti del Giappone contemporaneo: il noleggio di relazioni umane. Padri, mariti, colleghi, amici. Figure affettive da affittare per colmare un’assenza, salvare le apparenze o, più semplicemente, non sentirsi soli. Un’idea che potrebbe facilmente scivolare nel grottesco o nel melodramma, ma che la regista trasforma in un racconto malinconico, stratificato e sorprendentemente universale.

Al centro della storia c’è Phillip, interpretato da Brendan Fraser: un attore americano che vive a Tokyo, un uomo fuori posto, sospeso tra un passato professionale che non ha mantenuto le promesse e un presente fatto di piccoli compromessi. Quando entra a far parte di un’agenzia che offre “famiglie su richiesta”, il suo lavoro consiste nell’interpretare ruoli che altri non possono più – o non hanno mai potuto – vivere davvero: un padre premuroso per una bambina che non ne ha uno, un compagno rassicurante durante un evento sociale, una presenza capace di riempire un silenzio.

È un mestiere che richiede disciplina, empatia e una pericolosa capacità di annullarsi. Phillip non vende solo presenza, ma autenticità simulata. E più le sue performance diventano convincenti, più i confini tra finzione e realtà iniziano a sgretolarsi.

Hikari costruisce il film con un tono misurato, quasi contemplativo. Non c’è giudizio morale, né denuncia urlata. La macchina da presa osserva con discrezione, si insinua negli spazi domestici, cattura silenzi e sguardi trattenuti. Le case in cui Phillip entra sono ambienti ordinati, spesso luminosi, ma emotivamente fragili. Dietro la superficie composta si nascondono vuoti incolmabili, traumi mai elaborati, aspettative sociali soffocanti.

Ed è proprio qui che Rental Family trova la sua forza: nella riflessione sull’identità come performance. In una società dove il ruolo conta più dell’individuo, cosa resta dell’autenticità? Phillip è un uomo che esiste solo attraverso ciò che gli altri hanno bisogno che lui sia. Ma cosa succede quando qualcuno inizia ad affezionarsi davvero? Quando una bambina crede che quel padre “a tempo” sia reale? Quando l’attore comincia a desiderare quella famiglia fittizia più della propria vita?

Il film si muove costantemente su questa linea sottile. Da una parte c’è il conforto che queste relazioni artificiali riescono a offrire: una presenza durante una cerimonia, un gesto rassicurante in un momento di fragilità. Dall’altra c’è l’ambiguità etica di un sistema che monetizza il bisogno d’amore. Hikari non offre risposte semplici, ma lascia emergere un senso di inquietudine crescente, quasi impercettibile, che si insinua scena dopo scena.

La regia è essenziale, mai invadente. I tempi dilatati permettono agli attori di respirare, di costruire personaggi credibili nella loro fragilità. Brendan Fraser regge il film con un’interpretazione trattenuta, tutta giocata sulle micro-espressioni e sui silenzi. C’è qualcosa di quasi metacinematografico nella sua presenza: un attore che interpreta un attore, un uomo che deve costruire emozioni credibili per gli altri mentre fatica a riconoscere le proprie. Il suo volto diventa il luogo in cui la finzione si incrina.

Se c’è un limite, è forse una certa reiterazione tematica nella parte centrale. Alcuni passaggi insistono sul medesimo concetto – la solitudine, la maschera sociale, il bisogno di riconoscimento – senza aggiungere nuove sfumature. La percezione di trovarsi davanti a un racconto che procede per accumulo emotivo più che per reale evoluzione narrativa può, a tratti, attenuare l’impatto.

Il finale evita il melodramma facile e sceglie una chiusura più sospesa che risolutiva. Non c’è una condanna netta del sistema, né una redenzione totale per il protagonista. Rimane piuttosto una domanda aperta: se un’emozione viene vissuta come autentica, importa davvero che sia nata da una finzione?

Rental Family è un film delicato ma non innocuo. Parla di un Giappone specifico, certo, ma intercetta una condizione globale: la difficoltà di creare legami autentici in un mondo dove tutto – anche l’affetto – può diventare servizio. È un’opera che invita a riflettere su quanto siamo disposti a pagare per sentirci meno soli, e su quanto rischiamo di perdere quando l’intimità diventa performance.

Un film che sussurra più di quanto gridi. Ma che, proprio per questo, lascia un’eco difficile da ignorare.