Carrie: lo sguardo di Satana siamo noi

Carrie: lo sguardo di Satana siamo noi

Carrie è il primo romanzo di Stephen King, il tassello iniziale di una carriera che avrebbe fatto dello scrittore del Maine una leggenda della letteratura contemporanea. Fin da questo esordio sono già riconoscibili gli elementi che ne definiranno l’intera produzione: la capacità di raccontare le dinamiche umane attraverso il soprannaturale e di indagare, con precisione quasi chirurgica, le miserie e le fragilità dell’uomo per mezzo dell’orrore e del metafisico. Uno stile così distintivo ha attratto il cinema fin da subito, con risultati altalenanti. La stessa Carrie ha già avuto tre adattamenti prima di questa miniserie firmata da Mike Flanagan, autore che al King di cui sopra deve moltissimo, tanto nella poetica quanto nel modo di concepire l’orrore.

Flanagan cala la vicenda nel contesto contemporaneo e dimostra che il racconto può parlare al nostro tempo con una forza forse persino maggiore rispetto al 1974. La società e le tecnologie sono cambiate, ma l’essere umano è rimasto lo stesso. Insieme a Flanagan, alla regia degli episodi si alternano Kate Siegel, Axelle Carolyn, Kyra Sedgwick e Hiromi Kamata. Il risultato è una trasposizione sostanzialmente fedele e rispettosa dell’opera originale, che la trasporta in un presente fatto di social network, polarizzazione e cyberbullismo.

Carrie è qui una ragazza cresciuta in isolamento dalla tecnologia che ci circonda. Alla morte del padre in un incidente sul lavoro, i servizi sociali scoprono che i genitori la tenevano nascosta al mondo. Costretta a frequentare la scuola e a confrontarsi con i coetanei, scopre ben presto quanto i social possano amplificare la crudeltà delle compagne di classe.

Un pregio della sceneggiatura è la scelta di non disumanizzare la principale antagonista, Christine. Il suo odio verso Carrie, e più in generale verso ciò che è diverso, non nasce dal nulla: è il frutto della paura e di una situazione familiare che la fa soffrire molto più di quanto sia disposta ad ammettere. Christine è umana tanto quanto chi le sta intorno, ed è proprio questo a renderla credibile e inquietante.

La produzione dimostra coraggio anche nella struttura narrativa: fin dai primi minuti rivela dove la storia andrà a parare, ovvero il massacro finale e la distruzione della comunità. Considerando che quasi tutti conoscono il romanzo o almeno uno dei precedenti adattamenti, la scelta appare coerente. A contare davvero non è l’esito, ma il percorso: il come si arriva alla carneficina e le dinamiche che la rendono inevitabile.

La serie invita a leggere tra le righe diversi temi attuali. Il parallelo con la piaga delle sparatorie nelle scuole americane è difficile da ignorare, così come l’accostamento tra la famiglia di Carrie e certe derive del movimento MAGA. Lungo tutta la durata della serie, inoltre, vengono messi a nudo e criticati il perbenismo e la cura ossessiva delle apparenze che caratterizzano l’attuale borghesia occidentale. Sullo sfondo emerge poi un altro nodo centrale del nostro tempo: l’apparente impossibilità di dialogare con chi la pensa in modo diverso. I personaggi sembrano incapaci di ascoltarsi davvero, trincerati dietro le proprie convinzioni e le proprie paure, e ogni incomprensione si trasforma in uno scontro che lascia pochissimo spazio al confronto.

Carrie: lo sguardo di Satana siamo noi

Carrie è la vittima di tutto questo: delle compagne crudeli che la aggrediscono, di una madre che la soggioga e di un sistema che le chiede di comportarsi bene con tutti. Gentile con chiunque, viene comunque emarginata in modi che per lei restano incomprensibili. In un mondo in cui nessuno è disposto a tendere la mano oltre le proprie barriere, la sua diversità diventa una colpa e il suo tentativo di costruire ponti resta inascoltato.

Senza anticipare nulla, i cambiamenti rispetto al romanzo aprono a possibili collegamenti con altre opere di King. Un’idea interessante, anche se rischia di restare un po’ fine a se stessa.

Guardando la serie, resta soprattutto la sensazione che Carrie sia più attuale che mai. Ed è proprio per questo che merita di essere vista.