“You’ ve been here before”. Questa è la frase che accoglie i visitatori del sito Backrooms Wiki, che dal 2020 si occupa di documentare tutto l’immaginario legato ad uno degli elementi più noti dell’Internet Folklore. Il fenomeno delle Backrooms, infatti, risale a ben prima del film di Kane Parsons, mantenendo da diversi anni una posizione privilegiata all’interno del pantheon dell’horror internettiano. Da Slenderman a Jack the Killer, passando per la Fondazione SCP e gli episodi perduti dei cartoni animati, il mondo di Internet ha sviluppato una vera e propria mitologia, tramandata non da racconti attorno al fuoco ma da post su 4Chan, Creepypasta e video su Youtube. Tra queste leggende, ritroviamo quella delle Backrooms. Ma di cosa si tratta, esattamente?
Corridoi di hotel, strade extraurbane, parcheggi sotterranei, sale di attesa vuote. Almeno una volta nella vita, ciascuno di noi ha avuto l’esperienza di trovarsi in uno spazio che sembra non appartenere a nessuna dimensione, spaziale o temporale che si voglia. In inglese sono descritti come liminal spaces, e sono stati la principale ispirazione per lo sviluppo del mito delle Backrooms. Queste “stanze sul retro” (della nostra realtà, si presume) nel mondo di Internet si trasformano in labirinti tanto alienanti quanto famigliari, abitati da creature umanoidi a caccia di vittime.
La leggenda inizia nel 2019 in seguito ad un post su 4Chan, ma bisogna aspettare fino al 2022 per avere un primo contenuto strutturato legato al tema. E qui entra in gioco Kane Parsons (al tempo sotto lo pseudonimo Kane Pixels) che, nel pieno dei suoi diciassette anni, fa uscire la webserie The Backrooms. Costituita da episodi di pochi minuti in stile found footage, la serie tratta dello studio di questi lughi da parte di un gruppo di scienziati. I video alternano esplorazioni dell’ambiente a spezzoni informativi “ad uso dei membri del gruppo di ricerca”, autopsie e identikit di persone scomparse, dando davvero l’impressione di essere capitati su file usciti per sbaglio da qualche archivio riservatissimo della CIA.
Ed è proprio tramite il successo di The Backrooms che arriviamo ad oggi con Backrooms, distribuito al cinema dalla A24.
La prima cosa che serve tenere in mente quando un prodotto del genere effettua il passaggio dal mondo dell’Internet al mondo del cinema è la perdita inevitabile del fattore-paura. Lo strumento del found footage in un contesto come Youtube è efficace perché può dare allo spettatore l’illusione di star assistendo a qualcosa di vero, qualcosa di uscito dal Deep Web per errore, ma che esiste per davvero nella nostra realtà. Nel momento in cui si sceglie di portare sullo schermo questo espediente, la componente realistica scompare, trasformando tutto in un prodotto che, per quanto di qualità, è pur sempre frutto dell’immaginazione di qualcuno.
Inizialmente non ero giunta a questa riflessione, uscendo dalla sala con la delusione di aver avuto meno paura di quanta mi aspettassi. Ma ripensandoci a posteriori, la scelta del regista di spostare il focus del film su una linea narrativa differente da quella seguita nella controparte Youtube del film è estremamente adatta al contesto. Oltre all’ostacolo della traduzione fra linguaggio dell’Internet e linguaggio cinematografico, Parsons ha dovuto anche affrontare la difficoltà di fare un film su qualcosa che la gente, in gran parte, già conosce. D’altronde, quella dei liminal spaces è un’estetica ben consolidata e, tra un video del testolone bidimensionale di Kanye West che rincorre i giocatori di Gmod lungo corridoi infiniti (li vedo solo io?) e l’altro, anche il concetto di Backrooms è entrato a far parte della cultura pop.
Il modo in cui il film aggira questi ostacoli è trasformandosi progressivamente da horror a thriller psicologico, nel quale il fattore conturbante non proviene tanto dall’esterno, quanto dall’interno. Le Backrooms diventano infatti un elemento duplice, che visivamente cattura lo spettatore in un mondo onirico nella connotazione più negativa del termine, mentre a livello narrativo riesce a farsi controparte della turbolenta psiche del protagonista.
La storia segue Clark, venditore di mobili insoddisfatto della sua vita, in cura dalla psicologa Mary Kline in seguito ad un brutto divorzio. Costretto a dormire nel suo negozio, una sera scopre un portale per quella che sembra una dimensione parallela, attivato dopo aver premuto uno strano interruttore apparso senza motivo nel suo quadro elettrico. Clark inizia ad esplorare questo strano mondo, fatto di stanze semivuote dalle geometrie non euclidee e mobili disposti nei più disparati modi, non immaginandosi le conseguenze che questo avrà per lui. D’altronde “se scruterai a lungo in un abisso…”
“Come descrivere un cane a qualcuno che non l’ha mai visto, e poi chiedergli di disegnarlo”. Così sono descritte dal protagonista le Backrooms di Parsons, che ricordano luoghi famigliari, spogliandoli di tutta la componente umana e riconoscibile. Nella più kubrickiana maniera, sono perennemente illuminate da una luce al neon, che prende il posto dell’oscurità senza nulla togliere al senso generale di spaesamento provato dallo spettatore. Queste stanze spoglie, però, non sono vuote: ad abitarle si trovano esseri umanoidi in pieno stile uncanny valley, sui quali però, a mio parere, si sarebbe potuto giocare molto di più.
Gli elementi che le riempiono ricordano quelli che si trovano in una casa e sul tema della casa, come luogo fisico, ma anche come luogo mentale, si sviluppa tutta la pellicola. Clark, mancato architetto, privato della sua quotidianità e costretto a dormire in un negozio di mobili, simulacro di un’abitazione. Mary, vittima di un’infanzia traumatica, che aiuta i pazienti ad “uscire dalle mura” che si creano. La perenne tensione tra ciò che è reale e ciò che sembra reale, ma anche tra la parte di noi che scegliamo di far vedere al mondo e quella nascosta, che però, come le stanze del film, si sviluppa all’infinito all’interno del nostro subconscio.
Il film, insomma, è ben riuscito, e nonostante una grande mano sia data dall’ottima interpretazione di Chiwetel Ejiofor e Renate Reinsve anche la storia di per sè riesce a lasciare un messaggio, nel mio caso non recepito immediatamente dopo la visione, ma maturato nel corso di qualche giorno. Unica grande pecca, il mancato sviluppo della storyline legata all’ Async Research Institute, indiscusso protagonista della webserie. Ma con Parsons che ci dice che “l'idea di realizzare dei sequel non è una semplice possibilità”, forse per quello dovremo aspettare un Backrooms 2…

