Primetime - Recensione: Caccia alle vittime

Primetime - Recensione: Caccia alle vittime

È il 2004 quando in America va in onda per la prima volta, sul programma Dateline di NBC, quella che diventerà una serie reality dedicata all’imputazione mediatica di presunti pedofili: To catch a predator (2004-2007). Il pattern è semplice e continuo: c’è una squadra di volontari di Perverted-Justice che si occupa di adescare online uomini che intendono avere rapporti con minori, e a margine — ma non troppo — una troupe televisiva che, al momento dell’appuntamento rivelatore tra l’uomo in questione e un attore che si finge sua vittima tredicenne, riprende il volto del predatore e lo trasmette in prima serata.

 

Su questa vicenda si basa Primetime (2026) —dall’inglese ‘prima serata’, appunto—, la prima opera non documentaria del regista statunitense Lance Oppenheim, con un bravo Robert Pattinson nei panni di Chris Hansen, lo storico conduttore del reality. Presentato alla ottantatreesima Mostra d’Arte Cinematografica di Venezia, Primetime si pone dapprima come cronaca distaccata della genesi e del successo di To catch a Predator, mantenendo uno sguardo composto per buona parte della pellicola. È nella seconda parte dell’opera, e verso la sua fine, che si intravede invece una critica velata, in un climax ascendente di grottesco.

 

Dalle facce di chi lavora nella troupe, già ambiguo fin dall’inizio nell’etica e nelle intenzioni, alle reazioni di Dan Plumb (Skyler Gisondo), l’attore che si finge vittima minorenne degli uomini incastrati dalla troupe: tutto piano piano rientra nei canoni di una normalità spaventosa, in cui chi è addestrato a eseguire — persuaso della giustizia di un programma che dovrebbe rendere la rete più sicura per gli adolescenti americani — non si fa (più) domande.

 

Su questo punto insiste in diversi momenti Robert Pattinson, che dà un’interpretazione spesso caricaturale ma molto efficace del conduttore americano. Lo vediamo più volte ossessionarsi con le proprie battute, abusando del tempo a disposizione della produzione, o, parallelamente, nei rari momenti di vita privata, trascurare moglie e figli in favore di un lavoro che è vita o morte. Nella pretesa di veridicità di questo lavoro di squadra, che diviene soggetto di un film in equilibrio tra finzione e documentario, sta tutto il potenziale interpretativo dell’opera: Oppenheim non vuole lanciare messaggi, o almeno non si sbilancia a farlo, ma si limita anzi a ricalcare insistentemente sulle facce dei “buoni”, che — alla fine di questo affresco molto americano — diventano essi stessi vittime.

 

Il carattere dell’opera si concentra quindi sull’aspetto visivo, sulla fotografia caricaturale e violenta che ritrae le interazioni tra i personaggi; sui colori saturati degli studi americani da cui si intercettano milioni di famiglie arrabbiate, eppure forse affascinate dalla condanna che si mette in scena. Quello che emerge, in definitiva, è una legge del contrappasso messa in piedi da un apparato potente e spietato votato a un’etica di cui in realtà è privo.

 

Oppenheim gioca spesso, e lo fa soprattutto nelle ultime scene, sull’ambiguità di Dan Plumb, ormai votato al programma per riuscire ad accedere al sindacato degli attori. Pieno di sogni e speranza, il giovane attore entra nella produzione con l’ambizione di farsi conoscere; diventa poi il volto sicuro del programma, che lo vede incontrare molti predatori diversi. Finché, lentamente, non si fa addestrare dalla presunzione di una macchina ricattatoria entro la quale finisce per assumere le sembianze di un assassino.

 

Al regista non interessa la vicenda in sé, né l’analisi della gravità delle intenzioni dei predatori mascherati: la loro condanna morale è un dato implicito. La trama di Primetime è ridotta all’osso, e tutto si svolge sul crinale di una domanda ambigua, che uno degli imputati — l’unico che comprende l’ambiente circostante, quello che gli sta per accadere, e reagisce lucidamente — pone a Hansen-Pattinson: Chi ti ha dato questo diritto?