Confessioni di un mito che torna a bruciare sullo schermo
C'è qualcosa di quasi sacro nel vedere di nuovo, dopo vent'anni, un kolossal in costume che osa credere ancora nella grandezza del cinema in sala. Da Troy di Wolfgang Petersen in poi il genere peplum sembrava relegato a un ricordo, a un'epoca in cui gli studios avevano ancora il coraggio di scommettere su elmi, corazze e battaglie girate senza scorciatoie digitali. Christopher Nolan raccoglie quella sfida e la porta a un livello che pochi avrebbero osato immaginare: Odissea non è solo un adattamento del poema omerico, è la riaffermazione che il grande cinema epico può ancora esistere, e che può ancora costarti il fiato.
Ma sotto la superficie di questa avventura marina fatta di mostri, maghe e naufragi, Nolan sta continuando un discorso che aveva aperto con Oppenheimer. Se lì un uomo di genio smisurato costruiva un'arma capace di porre fine a una guerra, per poi vederne le conseguenze morali divorarlo dall'interno fino alla disgrazia, qui la traiettoria è la stessa vista da un'altra angolazione: Ulisse è l'uomo che ha inventato l'arma: il cavallo, lo stratagemma che decide la guerra di Troia; e che ne porta il peso per tutto il viaggio di ritorno. Non è la corazza a distruggerlo, ma la coscienza. Come Oppenheimer, Ulisse vince la guerra e perde se stesso.
Un mondo di apparente magia
Il film si apre con una dichiarazione d'intenti che vale da chiave di lettura per tutto ciò che segue: un mondo di apparente magia. Non è un caso che tra tutte le divinità dell'Olimpo l'unica che vediamo davvero in scena sia Atena, mentre le altre restano pura evocazione, nomi pronunciati e mai incarnati. Nolan lascia volutamente aperta la domanda se quella dea sia una presenza reale o soltanto la voce della coscienza di Ulisse, la proiezione visibile del suo tormento interiore. È una scelta di regia che sposta l'epica dal cielo alla mente, dal divino all'umano, esattamente come già accadeva nei suoi film precedenti quando il fantastico si piegava sempre a una logica psicologica.
La voce prima della scrittura Il cuore pulsante della struttura narrativa sta nel modo in cui Nolan sceglie di mostrarci le tappe leggendarie del viaggio. Polifemo, reso con un'imponenza visiva che toglie il fiato, la maga Circe, protagonista di una delle sequenze più viscerali dell'intera pellicola, Scilla e Cariddi e tutte le altre soglie mostruose che Ulisse attraversa non ci vengono raccontate in presa diretta: sono i ricordi che l'eroe affida a Calipso, parole che si trasformano in immagini davanti ai nostri occhi. È un espediente che è insieme narrativo e filosofico, perché replica esattamente il modo in cui il mito di Troia e delle peripezie di Ulisse è arrivato fino a noi: prima canto orale tramandato di bocca in bocca, poi raccolto e fissato nella scrittura da Omero, o da chi per lui, infine moltiplicato in secoli di riscritture, traduzioni, opere derivate. Odissea di Nolan si presenta così come l'ultimo, grandioso anello di quella catena: un tentativo di rendere ancora urgente e comprensibile un racconto che vive da millenni proprio perché qualcuno, di volta in volta, ha saputo riraccontarlo.
L'eredità di un canto che non finisce
A ben guardare, il seme di questa Odissea era già disseminato nella filmografia di Nolan molto prima che il progetto avesse un titolo. I protagonisti delle sue opere sono quasi sempre uomini in viaggio verso casa, o incapaci di tornarci: il Cobb di Inception che insegue la propria famiglia attraverso i livelli del sogno, il Cooper di Interstellar che attraversa un buco nero pur di riabbracciare la figlia, persino il Bruce Wayne di The Dark Knight che deve trovare la strada per tornare a essere se stesso oltre la maschera. Con Odissea, Nolan non fa che rendere esplicito ciò che covava da anni sotto la superficie del suo cinema: l'ossessione per il nostos, il ritorno, come forma più pura e più dolorosa di eroismo.
Odissea è, in fondo, un film sul prezzo che si paga per vincere una guerra e sul tempo che serve per tornare a essere uomini dopo averla combattuta. È un'epica che non si vergogna della propria magniloquenza ma che trova il suo nucleo più vero nell'intimità di uno sguardo colpevole, in un uomo che racconta se stesso a un'altra persona per provare a capirsi. Dopo vent'anni di assenza, il peplum torna al cinema con la scala e l'ambizione che merita, e lo fa portando con sé qualcosa di più profondo di un semplice spettacolo: la domanda, sempre attuale, su cosa resti di noi dopo che abbiamo vinto.

