Il problema del libero arbitrio è indagato da millenni dalla filosofia.
La questione è complessa e non mette d’accordo tutti, ma in sintesi questi sono i termini: possiamo decidere liberamente delle nostre azioni o queste dipendono da forze esterne?
In altre parole, quando prendiamo una decisione o compiamo un’azione, abbiamo altra scelta?
Man-soo (Lee Byung-hun) è uno specialista nella produzione di carta. In una splendida giornata di sole, assieme alla moglie Mi-ri (Son Ye-jin) e ai due figli, nel giardino della sua casa di infanzia riacquistata grazie al duro lavoro, festeggia con un pranzo l’arrivo di una imminente promozione.
«Ho tutto quello che desidero.»
Un vero e proprio idillio. Ma, proverbialmente, alla quiete segue la tempesta.
Riecheggiano da lontano le parole che Gaetano Salvemini scrive in una lettera del 1908, quando aveva una cattedra di insegnamento a Messina (tenete a mente data e luogo): «Nella mia vita privata sono così felice che ho persino paura». Alle cinque del mattino del 28 dicembre di quell’anno un terremoto distrugge la sua casa, uccidendo la moglie, i cinque figli e la sorella. Per andare avanti, per tenere la mente occupata, Salvemini si butta a capofitto nel lavoro.
Anche Man-soo è colpito da un evento che ha su di lui gli effetti disastrosi di un cataclisma, ma con conseguenze opposte a quelle dell’insigne storico: dopo venticinque anni di duro lavoro viene licenziato.
Ogni cosa gli crolla addosso, la burrasca spazza via tutto ciò che aveva conquistato.
L’azienda si sta ammodernando, ci sono nuovi macchinari che lavorano più efficientemente di un essere umano, e questo significa ingenti tagli al personale. Idealmente la sostituzione della manodopera umana con quella automatizzata dovrebbe offrire agli uomini e alle donne più tempo libero dal lavoro, e invece li obbliga a trovarne un altro, tendenzialmente peggiore del precedente.
Per Man-soo è proprio questo che è inaccettabile: svolgere un mestiere diverso da quello a cui si è dedicato con amore e impegno per tutti quegli anni.
In una sorta di corso post-licenziamento, una frase viene ripetuta come un mantra: «Io sono una brava persona. Perdere il lavoro non è una mia scelta.»
Cosa fare? Come affrontare il licenziamento? Non c’è altra scelta: cercare un posto in un’altra azienda del settore della carta ed eliminare fisicamente tutti i possibili candidati migliori di lui.
Se perdere il lavoro non è stata una sua scelta, le conseguenze – se non penali quantomeno morali – di questa non-scelta lo sono?
E così prende avvio un’opera ironica e assurda, un po’ commedia a tinte dark, un po’ dramma sociale, un po’ thriller. Non è facile ricondurlo a un genere, ma la cosa certa è che Park Chan-wook non delude: No Other Choice è un grande film.
Spesso un concetto – il nocciolo della questione – si capisce meglio se illustrato con un’iperbole. Il film mette in scena in modo iperbolico quella che possiamo definire una guerra tra poveri.
Torniamo a Salvemini: egli allo studio e all’insegnamento della storia ha sempre accompagnato la lotta politica, intesa essenzialmente come lotta di classi sociali. Per questo gli viene mossa una critica iperbolica da Vilfredo Pareto – «Mi pare avere una fissazione colla lotta di classe! Se piove, sarà per cagione della lotta di classe!» – ma proprio questa iperbole è funzionale a spiegare il suo pensiero. Salvemini risponde così: «Il Pareto dice che se io vedessi piovere direi: è la lotta di classe. Il motto è spiritoso, ma dà torto a Pareto. Se la pioggia fosse un fenomeno sociale e non fisico, sarebbe anch’essa una manifestazione della eterna lotta fra i diversi gruppi umani, divisi o verticalmente (popoli) o orizzontalmente (classi).»
Se Man-soo invece di uccidere avesse – per esempio – ingannato, il concetto di fondo sarebbe apparso più grigio e sfumato; con questa grottesca esasperazione in crescendo, invece, emerge con chiarezza l’efferatezza della macchina produttiva. Perché è questo che si percepisce: a essere spietato non è tanto Man-soo, ma il sistema in cui si trova a vivere, lavorare e competere. Fisionomia non solo dell’industria coreana, ma di tutti i sistemi economici capitalistici (il film è tratto da un romanzo statunitense del 1997, The Ax di Donald E. Westlake).
Certo è però che quella delle disuguaglianze economiche e sociali – con un risvolto quasi inevitabile nella violenza fisica – è una questione molto indagata dal cinema sudcoreano degli ultimi anni. Un’iperbole del genere è presente anche nella serie Squid Game (2021-2025), in cui un gruppo di persone povere è disposto a uccidersi a vicenda per soldi (uno dei personaggi più spregiudicati, Front Man, è interpretato proprio da Lee Byung-hun). Se in Squid Game la disposizione a uccidere nasce quasi sempre da uno sfrenato desiderio di denaro, in No Other Choice non è il denaro in sé a far diventare Man-soo un killer in cold blood (come direbbe Truman Capote), ma è piuttosto la riparazione del proprio onore. Quando gli viene domandato «qual è il tuo punto debole?» Man-soo non sa cosa rispondere. Questa è la risposta: l’onore.
Man-soo uccide per mantenere il posto che occupa nella società, nell’assoluto rifiuto di scendere anche solo un gradino di quella scala sociale salita con tanta fatica. Una disponibilità che invece Mi-ri dimostra fin da subito, con un pragmatismo sconcertante nell’affrontare il nuovo stato delle cose. E tutti i membri della famiglia cercano, in modi diversi, di dare il proprio contributo.
Questa infatti è anche una storia familiare, e non può eludere il paragone con il pluripremiato Parasite (2019) di Bong Joon-ho, in cui una famiglia molto povera ma molto unita – composta anch’essa da padre, madre, figlio e figlia – si insinua attraverso una serie di inganni nella vita e nella casa di una famiglia ricchissima. In Parasite come in No Other Choice la lotta per la propria affermazione non è condotta tra poveri e ricchi, ma sempre tra poveri e poveri. La differenza sostanziale tra i due film – che oltre al tema hanno anche un tono e un ritmo molto simili – è che Man-soo tiene la famiglia all’oscuro delle sue malefatte. Ancora per una questione di onore: è il suo dovere di padre di famiglia garantirne la posizione economica e sociale.
No Other Choice è anche un film che incuriosisce e sorprende lo spettatore, quindi meglio non fare troppe anticipazioni.
Ma una cosa si può dire: in ogni caso, in qualunque modo andranno le sue sorti, Man-soo perde.
Perde perché non è un uomo libero. Perché il suo futuro non è una sua scelta.
