C’è un ragazzo che scappa. Dal tempo, dagli scettici, verso un sogno. C’è New York, ma anche Londra e soprattutto Tokyo. C’è Marty Mauser (Timothée Chalamet), il miglior giocatore americano di tennistavolo, un Icaro senza padre o forse il Sole stesso che brucia la pelle di chi gli si avvicina.
Sciolto il sodalizio col fratello Benny, con cui aveva co-diretto gli acclamati Good Time (2017) e Uncut Gems (2019), il regista Josh Safdie firma il suo debutto con Marty Supreme, nelle sale dal 22 gennaio.
Curiosamente anche Benny, con The smashing machine (2025) come suo primo progetto indipendente, ha scelto di raccontare un uomo dello sport, ambizioso, ossessionato, a tratti sgradevole poiché accecato dai propri obiettivi.
Liberamente ispirato alla figura di Marty Reisman, agonista di ping-pong fino agli anni 2000, Marty Mauser è un giovane venditore di scarpe che nel 1952 è tenuto in vita da una sola ragione: dimostrare il proprio talento nel tennistavolo al campionato di Tokyo, battendosi contro il giapponese Koto Endo e diventando così campione del mondo.
“Cosa farai se questo tuo sogno non dovesse realizzarsi?”, domanda l’ex star del cinema Kay Stone (Gwyneth Paltrow, che torna a recitare dopo uno iato di sei anni).
“Non mi passa nemmeno per la testa”, le risponde un Marty con gli occhi sognanti e l’arroganza di chi sta solo aspettando che il mondo gli riconosca qualcosa che è sempre stato suo.
Non ricorda un po’ lo stesso indisturbato senso di invincibilità di Bruno ne Il sorpasso?
Eppure la strada per arrivare a Tokyo è lunga, i soldi sono pochi e Marty si deve guadagnare ogni chilometro che lo separa dal successo. Esattamente come in Uncut Gems, ogni persona in cui si imbatte rappresenta un intralcio tanto quanto un valido aiutante.
Schiavo della sua ambizione, Marty non può fare altro che rendere a sua volta schiavi dei suoi capricci tutti quelli che fanno parte della sua vita. Può permettersi di essere sgradevole, supponente, con ben poca moralità nel sangue, perché lui è il prescelto.
Ma finché non lo dimostra non è nessuno, e qui emerge un primo punto a favore del film: l’aver saputo mettere in luce il compromesso e la profonda umiliazione a cui deve andare incontro chi sta lottando pubblicamente per farcela.
Non è facile mostrare onestamente la solitudine della scalata di un Sisifo che persevera senza vedere né il monte né il panorama.
In questo caso, complice di questa fatica è sicuramente la scarsa notorietà del ping-pong, sport nemmeno considerato tale e che non godeva di grande stima anche perché fortemente associato al sottosuolo del gioco d’azzardo (il che in Marty non fa altro che aumentare la tendenza a dover scommettere anche su se stesso).
Mentre The smashing machine resta a debita distanza del suo campione sportivo, scegliendo una cifra più documentaristica, Marty Supreme obbliga lo spettatore a seguire da vicino la frenesia del protagonista, regalando una visione al cardiopalmo a cui già Uncut Gems ci aveva abituati.
Tale sintonia col ritmo di vita di Marty è resa possibile sicuramente dalle zoomate e dalle riprese a mano libera (che continuano a rappresentare una cifra stilistica del regista), eppure il film non sarebbe stato lo stesso senza l’incredibile colonna sonora di Daniel Lopatin.
I brani elettronici ci portano direttamente nella psiche di Marty, e dunque non sembra casuale il fatto che prendano spesso in prestito certe sonorità nipponiche (mi ha fatto pensare nello specifico alla colonna sonora di Paprika): nella sua mente c’è un nome da sconfiggere, il giapponese Koto Endo.
E tra musica elettronica e scene divise in round, è evidente il debito del film nei confronti di Challengers (2024), in cui però il tennis era un pretesto per parlare di tutt’altro; qui, invece, si parla davvero e solo di ping-pong.
Accanto alla già citata Paltrow e a Chalamet – che per questo ruolo ha vinto ai Critics’ Choice e ai Golden Globe ed è attualmente candidato agli Oscar – troviamo il cantante Tyler, The Creator nei panni del tassista e amico di Marty, e Odessa A’zion, amante clandestina.
Il cast funziona davvero bene, con Chalamet in un ruolo che, neanche a dirlo, lo consacrerà tra i più grandi interpreti di questo secolo. Non solo per l’ormai innegabile bravura, ma anche per la credibilità: negli ultimi mesi l’attore si è attirato non poche critiche per aver espresso pubblicamente il desiderio di arrivare alle vette del successo ed essere ricordato nella storia del cinema.
Una felice sovrapposizione tra attore e personaggio tanto che, più che promuovere lui il film, sembrava quasi che il film promuovesse lui.
A questo punto non si può non parlare dell’elefante nella stanza: l’ingente e costosa campagna promozionale che è stata portata avanti per questo film.
Il finto (e geniale) meeting col team di marketing (ne vale la pena: https://youtu.be/wakBARkxqls?si=ephh4tpW56Uc-UxZ), le scatole di cereali come i veri campioni dello sport, i dirigibili arancioni, le palline arancioni, l’illuminazione arancione dell’Empire State Building, la collaborazione musicale con EsDeeKid, le giacche a vento brandizzate negli armadi di tutte le celebrità.
Bisogna riconoscere che tutto questo frastuono prima dell’uscita in sala ha creato un hype non indifferente, il cui effetto è stato che le persone stanno andando effettivamente a vedere il film.
Ha indotto una fear of missing out a mo’ di Barbenheimer che senza dubbio è esattamente ciò che serve nell’epoca dello streaming: per persuadere a rinunciare al divano bisogna creare un evento collettivo, un’esperienza, ed è quanto è successo.
Ma ho anche avuto la netta sensazione, guardando il film, di averlo in un certo senso già consumato prima di entrare nella sala. Troppi i contenuti a cui Chalamet si è prestato, troppi i prodotti a essere promossi: il film lo abbiamo mangiato lentamente, a piccoli morsi, prima ancora di poterlo effettivamente vedere.
Cosicché, ora che è finito il delirio del periodo di promo, temo che dopo gli Oscar non sentiremo parlare più di tanto di Marty Supreme, se non come del film che ha portato alla definitiva ascesa Timothée Chalamet.
Tolto l’appunto sul marketing, Marty Supreme è un film che davvero mantiene ogni sua promessa, prima tra tutte quella di uscire dal cinema con gli occhi lucidi per un ritrovato senso di speranza: se è vero che solo uno ce la fa, è anche vero che tutti ce la fanno a modo loro.
