Lo straniero - Recensione: Storia di un uomo estraneo alla vita

Lo straniero - Recensione: Storia di un uomo estraneo alla vita

Ci troviamo in Algeria, territorio ancora governato dalla Francia nel 1942 in cui Albert Camus pubblica Lo straniero, romanzo che François Ozon traspone in questo film omonimo nel 2025.

 

Tra luoghi dalla spiccata geometria e da cui sembra sprigionare naturalmente un vago senso di disagio e solitudine, come avveniva per gli ambienti di Le samurai di Jean-Pierre Melville, scorre normalmente e banalmente la vita del signor Meursault.

 

Tale vita subisce uno scossone, per quanto lui non appaia troppo turbato dalla cosa, quando egli viene a sapere della morte della madre di circa sessant'anni (neppure lui ne conosce l’età precisa) in un ospizio fuori città.

 

Ne segue un viaggio in cui Mersault scopre la nuova vita che la madre era riuscita a crearsi in un luogo talmente squallido e spoglio, tra amiche e un nuovo compagno che piangono a dirotto nel ricordo di quella donna, il cui figlio non riesce a versare neppura una lacrima.

 

Perché è l’imperturbabilità la caratteristica più spiccata che il bravissimo Benjamin Voisin stampa sul volto del suo Meursault.

 

Tra azioni quotidiane che si ripetono meccanicamente e cadenzate dalle sue risposte preferite riguardo quelle che dovrebbero esse le grandi domande della vita: “non lo so”, “non serve a nulla”, “non vuol dire nulla”.

 

La totale fissità del protagonista viene vagamente smossa dall’incontro con Marie, nella caldissima giornata passata ai bagni da Marsault dopo il giorno del funerale della madre, seguita dalla visione di un film comico per il quale non ride neppure una volta e dal primo rapporto amoroso tra i due.

 

Ma la sua apatia verso la vita rimane inalterata.

 

Ozon compie sapienti rimandi filmici che ci fanno ricondurre la spoglia camera del protagonista a quella di Fino all’ultimo respiro, così come il protagonista viene associato all'enigmatico personaggio del film di Godard interpretato da Jean-Paul Belmondo con dettagli sottili come l’iconico gesto del dito sulle labbra.

 

Ma Meursault appare estremamente più indecifrabile, tramite una serie di “non reazioni” che attua verso la realtà intorno a sé: vede un anziano svenire e non fa alcunché, scopre che un suo amico picchia la fidanzata e non reagisce in alcun modo, vede il suo vicino picchiare continuamente il suo cane e non gli dice nulla e allo stesso tempo sminuisce costantemente il desiderio di Marie di sposarlo.

 

Gli specchi che disseminano gli ambienti offrono come riflesso un'immagine del protagonista sempre vuota e uguale a sé stessa, tranne quando vediamo una foto della sua defunta madre appoggiata ad uno di questi specchi, unico spiraglio di apparente empatia e affetto provati dall protagonista.

 

“È lì che tutto ha vacillato” così il protagonista parla del giorno del delitto in uno dei suoi pochi monologhi interiori in voice over.

 

Nel giorno della gita in spiaggia c’è tutto ciò che dovrebbe renderlo felice: uno dei suoi più cari amici, una bella compagnia e la possibilità di vivere una di quelle magnifiche giornate in spiaggia che hanno legato lui e Marie.

 

Ma questo non basta mai, o meglio, per lui non è mai stato abbastanza.

 

Improvvisamente l'aria si fa pesante e allusiva. Come ne L’avventura di Antonioni, la strettezza dello spazio della piccola spiaggia fa apparire i personaggi come persi in un luogo da cui non sembrano in grado di fuggire.

 

In Mersault balena un pensiero terribile ma che desidera realizzare, in egli si crea l’assurda convinzione che solo quel terribile gesto che sta per compiere gli farà capire cosa significhi vivere davvero.

 

Così vediamo improvvisamente qualcosa di microscopico cambiare nel protagonista, a causa di uno sconosciuto desiderio di provare qualcosa di autentico per la prima volta nella sua vita.

 

Le immagini cominciano ad apparire leggermente sbiadite, quasi come se tutto si trovasse sotto la superficie di un'onda del mare, di cui sentiamo incessante il suono.

 

E poi improvvisamente ecco che il protagonista compie IL GESTO che cambierà per sempre la sua vita.

 

“È lì che ho sconvolto l’equilibrio di un giorno in spiaggia che mi stava facendo sentire genuinamente contento” queste le parole paradossali che dice a sé stesso Meursault.

 

Da qui inizia la seconda parte del romanzo e del film: quella del processo e poi della prigionia.

 

“È stato a causa del sole” afferma Meursault durante il processo.

 

Quel sole che permea tutte le vicende del film facendoci percepire l’afa e il calore degli ambienti solo dalle immagini. Quel sole che eleva il bellissimo bianco e nero con contrasti netti e magnifiche sfumature di grigio e anche quel sole che brucia letteralmente l’immagine creando veri e propri fondali bianchi su cui si staglia spesso il protagonista.

 

Quello stesso sole, che sembrava un vero e proprio contorno per l’anima del protagonista, compare appena nelle scene del tribunale e sembra quasi del tutto scomparire nell’angusta cella in cui Meursault si ritrova alla fine delle sue vicende.

 

Proprio in quell’'ennesimo luogo squallido e privo di vita, il protagonista riesce infine a sfogare quella acuta indifferenza che lo ha fatto vivere fino a quel momento, apprendendo l’’assurdità di una vita che si è compresa solo davanti alla morte.

 

E sul finale vediamo una scritta in arabo, come è accaduto all'inizio del film, una scritta che dà finalmente un nome a quello che è stato il vero eroe tragico della vicenda, ma che per razzismo e assenza di privilegio non è neppure mai stato

chiamato per nome.

 

E sui titoli di coda risuona il primo singolo dei The cure, un brano controverso e misterioso che ha anch'esso cercato di catturare il significato profondo dell’opera di Camus e che si intitola simbolicamente Killing an Arab.

 

Dunque, con questo film Ozon ,come tanti altri artisti tra cui anche Luchino Visconti, cerca di mostrarci al meglio l'anima complessa e tanto assurda di un uomo come Marsault, un uomo che è impossibile capire a pieno, e forse non serve a nulla provare a farlo.

 

In definitiva, quello che raccontava Camus e che Ozon riprende perfettamente è semplicemente quella “vita” da cui Meursault si fa continuamente muovere come un essere inerme. Quella stessa vita che muove tutti noi è ciò che ne Lo straniero appare nella sua assurdità incomprensibile.