In principio Dio era un tubo. Un tubo che digerisce tutto in un ciclo continuo e non trattiene niente.
Dio è una bambina con grandi occhi verdi che si ritrova nel mondo ma non sa bene come essere viva. Quando prende coscienza di sé, all’età di due anni, il suo sguardo si apre a tutto ciò che la circonda, ai rumori, agli odori e ai sapori. Dio scopre anche di avere un nome, Amélie. Scopre che tutti la adorano e che, in quanto bambina piccola, spasimano per un briciolo della sua attenzione. Gradualmente queste persone, questa famiglia, trascinano Dio in un turbinio di esperienze, emozioni e percezioni, tanto travolgenti da fargli gradualmente pensare di non essere Dio, ma solo un essere umano.
In La piccola Amélie ci viene reinsegnato come vedere, sentire e ricordare, in scene che a grandi bocconi ci fanno digerire, tramite la protagonista, maestose sequenze che nella loro semplicità stilistica trainano un bagaglio percettivo di enorme portata, che non può non emozionare al primo sguardo. Lo sguardo di Amélie e della sua famiglia è il canale attraverso cui arrivano tutte queste informazioni, uno sguardo dato dalla vita che muove questi grandi occhi colorati, che in ogni personaggio trasmettono molto di più di una semplice occhiata. Lo sguardo di Amelie è ampio e aperto a ricevere, carico di sorpresa, ma anche di assimilazione; quello dei suoi genitori è carico di amore, preoccupazione e gioia, quello dei suoi fratelli di complicità e sfida e quello di Nishio-san, la tata, trasmette una bontà che la rende inseparabile dalla bimba.
Risulta incredibile per la sua naturalezza, quanto l’affetto tra i personaggi vada oltre qualunque possibile barriera, prima tra tutti la barriera culturale tra la famiglia di Amélie, di origine belga, e il Giappone, che li adotta in un periodo storico ancora fresco di dolore da dopoguerra. Nishio-san infatti, oltre alla bontà, porta nello sguardo il dolore della perdita, un dolore prima sconosciuto alla piccola Amelie, che impara l’importanza del ricordo quando la bellezza della natura e di tutto ciò che la sua amata Nishio-san le ha insegnato su di lei e sul Giappone sta per essere portato via. Ma proprio nel momento in cui sembra tutto perduto e Amelie sta per abbandonarsi alla fine dell’esistenza terrena, è Kashima-san, l’anziana vicina avversa alla famiglia belga, a trarla in salvo, superando quel muro di dolore in cui si era rinchiusa e che la rendeva ostile.
In questo modo Amélie impara che non è tutto veramente perduto, la vita e le esperienze che la compongono hanno valore perchè rimangono impresse in noi, custodite dall’affetto e amplificate dall’intensità che abbiamo provato vivendole. Per quanto sia un discorso reiterato, il grande messaggio di questo breve film sta nello scrollare lo spettatore, nel dirgli “sii presente, percepisci, fatti travolgere dalle emozioni e poi conservale al meglio che puoi”. Un messaggio che arriva con grande impatto grazie alla finezza nell’utilizzo del colore, nel movimento fluido ma deciso dei personaggi e nel ripetuto utilizzo della metafora per rappresentare i flussi di coscienza di Amélie e la riflessione del mondo nei suoi occhi. Ecco quindi che la pioggia, che in giapponese è uguale alla radice del suo nome, ame, diventa un’estensione di lei stessa: le carpe sono la vorace società giapponese, un barattolo apparentemente vuoto contiene il mare e la primavera fiorisce come fiorisce il suo animo che si risveglia. Ogni tanto si sentono le note di un pianoforte, suonato dalla madre di Amélie, accompagnate in molte scene da una colonna sonora poetica, che si alterna tra melodie prorompenti e toni caldi e familiari, ricordando le musiche di Joe Hisaishi.
Non si può quindi non affermare, dopo aver visto questo film, che il cinema raggiunga la sua massima efficacia quando riesce a trasmettere ai suoi spettatori emozioni complesse con grande semplicità e impatto, innegabilmente trainato in questo caso dalle possibilità infinite offerte dall’animazione.
Fatevi un regalo in questo freddo gennaio, in un mondo che sempre più facilmente dimentica l’umanità e la connessione tra le persone, andate a vedere “La piccola Amélie”, guardate per un’ora il mondo con gli occhi di una bambina e forse anche il vostro sguardo si riaprirà e tornerà a ricordare.
