La Grazia - Recensione: Di chi sono i nostri giorni?

La Grazia - Recensione: Di chi sono i nostri giorni?

ʺDi chi sono i nostri giorni?ʺ è l’interrogativo che attraversa tutta la narrazione, ruotando attorno ad alcuni temi come quello della morte e della grazia.

Al centro della storia c’è un fittizio Presidente della Repubblica, Mariano de Sanctis, a cui Toni Servillo dà volto e voce in un’interpretazione che gli è valsa la Coppa Volpi alla Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia 2025.

Mariano appare inizialmente con una compostezza istituzionale, ma sotto la maschera dell’autorità emergono pulsioni emotive che incrinano la sua rigidità.

Considerato da molti un blocco di cemento armato per la fermezza che esibisce, rivela progressivamente le fragilità di un’anzianità presente e il peso della memoria di una vita emotiva che lo agita.

Un episodio emblematico è la caduta, ripresa in slow motion, del presidente del Portogallo di finzione; un gesto improvviso che spezza la solennità istituzionale e mette in scena la fragilità del corpo anziano e dell’immagine pubblica. Una rappresentazione della vecchiaia che induce il protagonista a chiedersi se anche lui appaia in quel modo.

Giunti alla senilità, gli anni iniziano a gravare dimenticando la spensieratezza dei giorni della fanciullezza; una sensazione che forse non si è mai davvero conosciuta. Con questo si introduce un altro importante tema, cioè quello della leggerezza, che viene esplicitato dalla domanda: ʺTu sai essere leggero? ʺ

Il quesito conduce a una riflessione infinita e mostra quanto una disposizione d’animo possa influenzare le nostre azioni. Pertanto, si può dire che il film presenti anche un protagonista astratto: la scelta, sudata e tormentata, che spinge a interrogarsi sulla propria identità e sulla scala di valori per poi ridefinirsi.

Mariano si ritrae come ʺsolo, vecchio, inutile e stancoʺ mentre parla con il Papa, interpretato da Rufin Doh Zeyenouin. Il potere lo opprime con il peso della responsabilità a cui si aggiunge la ricerca di una verità che sembra impossibile da stabilire.

La narrazione insiste su una figura di potere che, nel silenzio delle stanze istituzionali, si confronta con il tempo che passa e con lo sgretolarsi delle certezze su cui si è costruita un’esistenza.

Decisivo è il rapporto con la figlia Dorotea, che porta nella vita del padre una presenza capace di rompere l’isolamento e di rendere più evidente il conflitto tra ruolo pubblico e vita privata.

Si realizza così il ritratto di un uomo che sente, ma non mostra e che vive in apnea. Dorotea, come il padre, ʺnon respiraʺ e crolla quando ciò le viene sottolineato dalla detenuta Isa Rocca.

È in questo scarto, e nella tensione che ne deriva, che il film trova la sua forza. La dimensione pubblica si intreccia con quella privata, e il protagonista si mostra attraversato dal dubbio, dalla paura della fine e dal bisogno di raggiungere un possibile stato di grazia.

Un altro tema centrale è la pesantezza, resa simbolicamente grazie all’episodio dell’astronauta.

Su uno schermo, un uomo fluttuante nello spazio diventa metafora della fragilità umana e della gravità che ci tiene ancorati alla vita.

Stupisce la capacità del pilota spaziale di sorridere e ridere della sua stessa lacrima, quasi a trasformare il peso in leggerezza.

Una vita in bilico, come incerta è la decisione politica, gravata dal peso di un ruolo così complesso.

Gli individui per i quali si indaga la possibilità di concedere la grazia, Isa Rocca e Cristiano Arpa, diventano uno specchio davanti al quale, prima Dorotea e poi Mariano, scoprono sia qualcosa di sé sia una delle verità più difficili da raggiungere: i nostri giorni sono nostri.

Tra i vari dubbi che affliggono il protagonista, c’è anche quello sulla legge sull’eutanasia. Tale tema, reso in particolare attraverso la scena del cavallo e le storie raccontate, mette in evidenza la fragilità personale.

Ciò che sembrava una certezza consolidata vacilla, poiché la sofferenza di esseri viventi può spingere a rivedere tutto sotto una luce diversa.

La scelta assume la forma di un dilemma esistenziale, poiché la morte non è solo un destino ma anche una questione etica e una risposta non potrà mai soddisfare tutti.

A rendere ancora più intenso il mutamento del protagonista è il tradimento della moglie deceduta, avvenuto quarant’anni prima, che torna come un’ombra ingombrante e rivela un conflitto emotivo profondo.

Sullo scadere dell’incarico, questa inquietudine inizia a farsi spazio, indebolendo la fermezza del Presidente e sciogliendosi in un gesto di fragilità, come si avverte nell’esclamazione di una parolaccia liberatoria in presenza della figlia.

La gestione del suono contribuisce in modo decisivo alla forza del film. Il silenzio diventa presenza e lascia emergere il conflitto interiore del protagonista, mentre nei momenti di tensione la musica si fa più incalzante, soprattutto quando Mariano ipotizza di trovarsi davanti all’amante della moglie, una figura mai rivelata e su cui resta il dubbio anche dopo la confessione dell’amica storica Coco.

Lo stile registico di Paolo Sorrentino mantiene la sua cifra estetica. La composizione visiva resta curata, con inquadrature studiate e movimenti di macchina fluidi.

In questo contesto si inserisce la presenza di Gue Pequeno, che non è un elemento casuale ma un contrappunto tematico.

La sua figura rappresenta la leggerezza del mondo contemporaneo e la capacità della gioventù di vivere più nel presente, a differenza delle persone mature che avvertono ʺil passato come un peso e il futuro come un vuotoʺ.

Proprio per questo, anche Mariano, quando deve prendere una decisione importante per gli anni successivi, decide di guardare la figlia e ascoltarla.

Si può dire, come sottolineano molti, che Sorrentino abbia tradotto il dubbio in cinema, facendo della tensione interiore del personaggio la vera struttura narrativa del film.

In La grazia il dubbio non è un sentimento passeggero, ma è un motore che spinge la storia e scandisce i silenzi.

Il regista non cerca soluzioni e non offre certezze, ma lascia che la macchina filmica resti sospesa, come il protagonista, tra peso e leggerezza tanto bramata.

Si tratta, quindi, di una storia incentrata su un uomo, un Presidente della Repubblica immaginario nel semestre bianco, che attraversa un percorso che lo conduce dall’essere soprannominato ʺcemento armatoʺ a un individuo che riscopre le proprie fragilità e cerca di comprendere e accettare uno stato di grazia, cioè la possibilità di convivere con il dubbio.