La donna più ricca del mondo - Recensione

La donna più ricca del mondo - Recensione

La donna più ricca del mondo è un film di Thierry Klifa che si ispira liberamente alla storia dell’ereditiera di L’Oréal, Liliane Bettencourt, su cui è stata realizzata una docuserie su Netflix, L’affaire Bettencourt: uno scandalo miliardario nel 2023.

Attraverso una narrazione per salti temporali ed ellissi importanti, si porta sullo schermo la storia del personaggio fittizio, Marianne Farrère, e del suo tentativo di sfuggire alla solitudine della posizione in cui si trova.

In questo contesto grigio ma elegante, quasi bloccato nel tempo, in cui non si riconoscono più le differenze fra arredi e persone, arriva Pierre-Alain Fantin, un fotografo che desidera immortalare la donna per la rivista Selfish con la benevolenza iniziale della figlia di quest’ultima, Frédérique.

L’obiettivo è cercare di svecchiare l’immagine dell’imprenditrice dell’azienda multinazionale WindLer nel settore cosmetico.

«Io voglio stare a contatto con il mondo»: è qui che si condensa la tensione da cui nasce questo gioco di manipolazioni, specchio di un’idea di libertà effimera.

Da questo incontro, Marianne, interpretata da Isabelle Huppert, scopre la vita. La respira di nuovo a pieni polmoni, o così pare.

La sfrontatezza del professionista nel dirle cosa deve mettersi o come dovrebbe arredare la casa irrompe nella vita cristallizzata della donna, sebbene anni prima considerasse l’ereditiera come qualcuno di inavvicinabile.

Nelle prime vicende si assiste a una sequenza di battute ciniche, a un linguaggio diretto e ad allusioni erotiche.

Il film sembra attraversato da una tensione anche sessuale, da un desiderio latente che percorre la narrazione e che, quando si affievolisce, contribuisce a un progressivo rallentamento della dinamica narrativa.

In uno stile imperiale e in una reggia immobile non c’è spazio per l’espressione delle emozioni, ma solo per il rigore della logica e la discrezione.

L’azione dell’artista, interpretato da Laurent Lafitte, si impone in questo spazio in modo arrogante attraverso gesti volutamente dissacranti, come urinare sulle piante o la scelta di opere d’arte dalla forma fallica.

Questa sfrontatezza si riflette anche nel tono di sfida rivolto alle figure di autorità, in particolare al marito di Marianne, Guy Farrère, interpretato da André Marcon.

Tale dinamica emerge anche nella scena in cui l’uomo invade le stanze della villa estiva con i propri gemiti, squarciando quell’ambiente che precedentemente era accompagnato soltanto dal pianoforte di Frédérique, interpretata da Marina Foïs. La donna inizia a sviluppare un’antipatia che resta poco esplorata sul piano psicologico; un astio che si intravede nella denuncia esplicita o in piccoli gesti, come quello di spostare l’ombrellone, senza mai sfociare in un vero confronto viscerale.

Di fatto, però, i sentimenti coinvolti non vengono realmente approfonditi. Anche quando iniziano i processi e le azioni legali, il terrore e la paura del fotografo si avvertono solo in alcune scene, come quella in cui egli tenta di porre fine alla sua esistenza a conferma di una rappresentazione emotiva frammentaria.

Il rapporto tra la donna e il ritrattista nasce in un’atmosfera di isolamento dorato, dove l’ingresso dell’uomo agisce come elemento di rottura, capace di scuotere la solitudine di Marianne con una vitalità sfrontata.

La narrazione di questo legame si sviluppa attraverso una struttura a incastro che procede per ellissi temporali. Questa scelta, pur mantenendo il racconto fluido e trasparente, finisce per sfiorare soltanto la psicologia dei due protagonisti, evitando un vero accesso ai loro conflitti interiori.

Nonostante la vicinanza, il sentimento di Fantin rimane uno dei punti oscuri del film, oscillando tra opportunismo estetico, come se fosse innamorato più del riflesso del potere che della donna stessa, e una forma di devozione autentica ma egoistica.

Il film tende a non abitare il lato più ambiguo della manipolazione, lasciando il loro legame sospeso in una dimensione ordinata che accenna alla complessità senza esplorarla pienamente.

Le figure del maggiordomo Jérôme e del marito agiscono come guardiani di una prigione lussuosa, incarnando rispettivamente il riserbo del silenzio domestico e il controllo patrimoniale.

Allo stesso modo, anche questi personaggi rimangono confinati in una storia che accumula molti spunti senza approfondirli.

Il film tenta di intrecciare dramma familiare e cronaca, ma finisce per sacrificare la profondità psicologica dei personaggi che avrebbe maggiormente valorizzato il talento attoriale dei protagonisti.

Restando in bilico tra fedeltà ai fatti e libertà della finzione, la pellicola sceglie una via improntata all’eleganza formale, in cui i conflitti interiori e le zone d’ombra restano talvolta suggeriti più che sviluppati.

Tra questi emerge il rapporto tra madre e figlia, una tensione ridotta a un incontro asettico e irrisolto poiché il ricorso alle ellissi evita i veri confronti emotivi, irrigidendo la dinamica tra le due.

Tutto sembra riassumersi in una frase che Marianne rivolge alla figlia: «Cosa vuoi che ti dica? Che ti amo? Ma io non lo so se ti amo».

Da queste dinamiche prende forma una storia di speranze, illusioni, manipolazioni e conflitti che attraversa il film, ma che si dilata in sequenze dal ritmo rallentato.

La narrazione, costruita in modo non lineare, privilegia l’allusione rispetto all’esplicitazione, risultando talvolta trattenuta nello sviluppo dei contrasti.

Stimolante resta la riflessione sulla libertà intesa come l’ultimo e più autentico piacere, concetto sintetizzato dalla stessa Marianne quando afferma: «È la mia libertà, è il mio lusso».

Al centro del film c’è il gusto della vita come valore supremo, inserito in rapporti sospesi dove il confine tra egoismo e affetto rimane indecifrabile.

Tuttavia, questa materia viene trattata con cautela e la narrazione si orienta verso un’estetica controllata, privilegiando l’immagine alla parola rispetto a un approfondimento psicologico più marcato.

Ne risulta un equilibrio in cui la dimensione formale prevale sull’esplorazione più diretta dei conflitti interiori.