La spirale: vista dall’alto è un ripetersi piatto della stessa situazione, un percorso già scritto che si snoda senza intoppi. Guardandola lateralmente diventa un vortice che risucchia, un tornado che mescola e confonde. Ma con gli occhi giusti può anche essere evoluzione, crescita, espansione.
La famiglia Colonna è tutto questo. Al centro la madre, che lentamente attrae gli altri nel labirinto che lei stessa ha edificato: il Minotauro non deve risparmiare nessuno.
L’estranea è il nuovo film di Paolo Strippoli ed è stato scelto per rappresentare l’Italia nella sezione internazionale degli Oscar.
Siamo nella Roma odierna, dove sta per arrivare un nubifragio. Una mamma si presenta a casa della figlia (Romana Maggiora Vergano) per svelarle un segreto sulla loro famiglia, scoperchiando un vaso che cambierà tutto, per sempre.
Nel 1999, i Colonna appartengono all’alta borghesia, proprietari di una sartoria storica da cui si rifornisce tutta la Bari bene. Walter (Adriano Giannini) è il capofamiglia solo in teoria: di fatto, la matriarca è Anna (Jasmine Trinca).
I figli sono complici ancora inconsapevoli della buona fama del loro cognome: Tobia è una giovane promessa del calcio, e sulla sorella Alice si appresta a entrare fin da piccola nel mondo della recitazione (Anna avrebbe tanto voluto fare l’attrice quando era ragazza).
Entrambi i genitori sono ossessionati dall’apparenza, dallo status, dall’ingenuo tentativo di essere per sempre come appaiono nella foto incorniciata: uniti, ricchi, felici. Ma è su di Anna che cade la responsabilità di decidere le sorti degli altri nei momenti di crisi.
Respira a fondo, respira piano. Se chiudi gli occhi il male è lontano.
Il ritmo della tensione è scandito dai modi di dire di un lessico famigliare, piccoli rituali rassicuranti e insieme sinistri, spie di un microcosmo che culla e insieme opprime. Una famiglia con i propri codici è terreno fertilissimo per l’horror (basti pensare a Dogtooth), per scovare la crepa nel muro coperta da un quadro idilliaco.
1, 2, 3, 10, 100, è già finito questo momento.
Ma a scandire la vita di Anna sono le visite di un personaggio, il personaggio: l’estranea, una Valeria Bruni Tedeschi in stato di grazia che si materializza sempre con trench e sigaretta. Se l’angoscia toglie il fiato per le due ore del film, ecco che quando arriva lei si torna a respirare, addirittura a ridere.
L’estranea è sì perfida, ma anche ipnotica da quanto comicamente spietate sono le sue proposte. Valeria Bruni Tedeschi non è di certo nuova a ruoli di donne fuori dalle righe, distaccate dalla realtà: nessun altro avrebbe potuto nutrire la noncuranza allucinata con cui l’estranea si diverte a torturare le sue prede, o ricreare meglio la gestualità di chi ha il potere e si stufa facilmente. Ma qui c’è molto di una semplice pazzia: la sua presenza aleggia sullo schermo anche quando non compare, e in lei risiede il vero valore aggiunto del film.
Rispetto a La valle dei sorrisi, che partiva da un’idea interessante realizzandola però in modo acerbo e decisamente con troppi buchi, con L’estranea Strippoli confeziona un film davvero ben centrato, elevato dalla recitazione di Valeria Bruni Tedeschi e anche di Romana Maggiora Vergano, ormai molto familiare col ruolo della figlia irrequieta (C’è ancora domani e Il tempo che ci vuole) e sempre impeccabile nel fronteggiare con determinazione genitori che non la capiscono.
A volerlo etichettare lo si potrebbe definire forse come un thriller introspettivo e psicologico, una saga familiare dell’orrore, un coming of age radicale. Certamente si tratta di un film molto al femminile, in cui gli uomini compaiono ma senza mai avere reale voce nei vari capitoli in cui è divisa la narrazione, eclissati dalle donne: sono loro a dover decidere in che senso far ruotare la spirale, o se cambiare forma al destino.
In effetti si percepisce chiaramente un disegno dietro alla narrazione, con le forme geometriche e le operazioni matematiche che ritornano spesso: il rispecchiamento, l’accrescimento o la sottrazione, la curva che si ripete all’infinito. La bilancia metaforica con cui si muove sempre l’estranea - come ogni personificazione della Giustizia che si rispetti - per soppesare, sentenziare.
Lo cantano anche i Liquido in Narcotic, azzeccatissima colonna sonora, nonché protagonista di una scena corale indimenticabile: The only road i know is curved / But I keep walking straight ahead.
Il linguaggio matematico, freddo e razionale, è il linguaggio del denaro, centrale in una famiglia “quadrata” come questa, ma è anche quello parlato senza pietà alcuna dall’estranea.
Eppure arriva sempre il momento in cui il calcolo dei dadi più non torna e la bussola va all’impazzita (Eugenio Montale, La casa dei doganieri).
