L'Agente Segreto - Recensione: Questo film è un archivio

L'Agente Segreto - Recensione: Questo film è un archivio

Un maggiolino giallo si ferma a un distributore di benzina in mezzo al nulla. Poco distante, sotto al sole cocente e malamente coperto da un cartone, giace un corpo in putrefazione, preda di cani randagi. In questa atmosfera da western scende dall’auto Marcelo (interpretato da Wagner Moura, noto al grande pubblico per il ruolo di Pablo Escobar nella serie Narcos). Arrivano dei poliziotti, che però non si interessano al corpo, piuttosto a estorcere denaro al nuovo arrivato: è chiaro fin da subito che la polizia non mira a far rispettare la legge né a tutelare i cittadini, bensì a sfruttare il proprio potere per trarne profitto.

 

Lo spettatore è così bruscamente catapultato nel 1977 a Recife (città natale del regista Kleber Mendonça Filho). Ma chi è davvero Marcelo? Da dove arriva questo presunto “agente segreto”? E perché si trova lì?

 

La trama, in estrema sintesi, è questa: Marcelo, ospitato insieme ad altri rifugiati nella casa di Dona Sebastiana, è vedovo e desidera riprendere con sé il figlio Fernando per lasciare il paese. Sulle sue tracce, però, ci sono due killer assoldati da un potente imprenditore.

Tutto questo si svolge negli anni della dittatura militare fascista in Brasile (1964-1985), la stessa di Io sono ancora qui (2024) di Walter Salles. Pur essendo molto diversi per stile e struttura, i due film condividono un medesimo intento: tenere viva la memoria dei desaparecidos.

 

Kleber Mendonça Filho tiene insieme tantissimi registri - è un thriller politico, è drammatico ma a tratti sembra una commedia pulp – e gioca con lo spettatore, facendogli dapprima pensare una cosa, per poi condurlo su strade inattese. La più grande smentita riguarda proprio il titolo: in L’agente segreto non c’è nessun agente segreto. Marcelo è in realtà un ricercatore universitario che ha brevettato le batterie al litio e si rifiuta di mettersi al servizio di un industriale. Tuttavia, le pressioni del regime e dell’industria lo costringono a vivere come un clandestino: assume un falso nome (in realtà si chiama Armando), controlla che la linea telefonica sia sicura, non può lasciare il paese. Un agente segreto suo malgrado, quasi una versione tragica e realistica del personaggio interpretato da Jean-Paul Belmondo in Come si distrugge la reputazione del più grande agente segreto del mondo (1973) di Philippe de Broca, film proiettato nel cinema São Luiz del signor Alexandre, suocero di Marcelo.

 

L’agente segreto è anche una dichiarazione d’amore al cinema. In sala sono proiettati Il presagio (1976) di Richard Donner, Pasqualino Settebellezze (1975) di Lina Wertmüller, e Lo squalo (1975) di Steven Spielberg, quest’ultimo particolarmente emblematico. Infatti all’inizio del film viene pescato uno squalo nel cui ventre è rinvenuta la gamba di uno dei tanti desaparecidos; intanto il piccolo Fernando implora il nonno di poter vedere il film di Spielberg, vietato ai minori di quattordici anni. Lo squalo ritorna anche nel finale, ma di questo si parlerà tra qualche riga. Inoltre la gamba ritrovata nel pesce diventa protagonista di una sequenza da b-movie horror, tra le più cinematografiche e divertenti di tutto il film.

 

Tra memoria e ricordo

Spesso i pensieri di Marcelo si trasformano in flashback, spostando temporaneamente la narrazione nel passato. Ma, improvvisamente, accade qualcosa di inatteso: non un ritorno indietro, bensì un salto in avanti, un flashforward che ci conduce nel nostro presente. È così svelata la cornice del racconto, dove due studentesse universitarie ascoltano delle registrazioni in cui parla Marcelo/Armando o in cui altri parlano di lui.

Ed è proprio in questa cornice che scopriamo la conclusione della sua vicenda. Una scelta che alcuni hanno giudicato deludente, ma che in realtà sostiene l’intero impianto del film e ne chiarisce il significato più profondo: cosa possiamo davvero ricostruire delle storie dei desaparecidos?

 

Le fonti sono frammentarie, talvolta manipolate, e la ricostruzione storica, in assenza di prove definitive, resta un’ipotesi. Le studentesse dispongono soltanto di registrazioni e articoli di giornale, e lo spettatore si trova nella loro stessa posizione. In 160 minuti si potrebbero spiegare molte cose, invece elementi anche cruciali rimangono poco chiari. Il film lavora come un archivio incompleto: ciò che non è tra le carte lo si può solo immaginare.

 

Questo lavoro, pur non potendo pronunciare una parola definitiva su quello che è stato, è un modo per tutelare la memoria quando l’uomo non riesce più a ricordare. Armando non ricorda la propria madre, e suo figlio Fernando, ormai adulto, non ricorda più i genitori. È difficile credere nell’esistenza di ciò di ciò di cui non si ha memoria: per questo Armando cerca un documento che provi che sua madre è esistita, e forse per questo Fernando ascolterà le registrazioni sulla storia di suo padre.

 

Torniamo a Lo squalo: alla fine il signor Alexandre ha portato il nipote a vedere il film, non nel suo cinema, ma in un altro che oggi non esiste più, diventato un centro per trasfusioni di sangue dove Fernando lavora. Di quel periodo che a noi è mostrato nel film Fernando non ricorda quasi nulla, e non sa se le immagini che ha dei genitori siano autentiche o ricostruite attraverso i racconti dei nonni. Ma una cosa, di quei giorni, la ricorda: Lo squalo.

Il cinema è un’ancora e una bussola.

 

L’agente segreto non si limita a denunciare il regime brasiliano, ma ogni sistema di potere fondato sul sopruso: dalla guerra civile in Angola alle torture nei campi di concentramento nazisti (in una splendida scena interpretata da Udo Kier), fino al potere sfrenato dell’industria. In questo senso, risuona con la canzone Para del film Emilia Perez (2024) di Jacques Audiard, dedicata alle persone scomparse in Città del Messico, vittime del narcotraffico:

 

«Para saber dónde, cuándo, quién y cómo pasó

Para contarles el final a los que él amó

[…]

Para hacer reaparecer a los desaparecidos

Para que el hijo y la madre estén de nuevo juntos

Para mirar la pesadilla cara a cara

Para que haya en el fondo fuerza y esperanza

Para vengarnos de las burlas de la sociedad»

 

Per sapere dove, quando, chi e come è successo

Per raccontare il finale a chi lo amava

[...]

Per far ricomparire i desaparecidos

Perché il figlio e la madre siano di nuovo insieme

Per guardare l'incubo faccia a faccia

Perché ci sia in fondo forza e speranza

Per vendicarci delle prese in giro della società»)