In un futuro più o meno lontano, ma certamente distopico, una fitta nebbia sembra aver inghiottito ogni parte del mondo, dalle strane cave di minerali multicolori disseminate un po’ ovunque al luogo in cui si ambienta per la maggior parte Her Private Hell: il Tower Hotel.
In questo strambo grattacielo, che tanto ricorda il terribile palazzo in cui si ambienta un altro film disturbante come High Rise, si dispiegano le avventure per lo più psicologiche della protagonista Elle, una giovane seppure disillusa attrice interpretata dalla bravissima Sophie Thatcher.
Il punto focale della storia diventa ben presto il complesso di Elettra vissuto da Elle, che probabilmente si chiama così appositamente, nei confronti di suo padre, un ambiguo uomo che ha sposato una cara amica di Elle chiamata Dominique e si circonda di giovani donne, forse proprio per cercare di riconnettersi alla figlia.
Tra Elle, suo padre Johnny Thunders e Dominique si crea un complicato triangolo fatto di giochi di potere, amicizie passate e grandi differenze di età, tutto immerso in uno strano senso di incestuosità oltre che in rapporti saffici, mostrati da parte del regista con toni un po’ troppo pruriginosi per quanto mi riguarda.
Questa è all’incirca la trama di Her Private Hell, ho deciso di partire da essa nonostante sia la parte meno importante di questo film , e ciò rappresenta purtroppo uno dei maggiori difetti dell’ultimo film di Refn.
E lo dico da grande amante del cinema più estetizzante e più apparentemente “vuoto” del regista, da persona che ha ovviamente amato Drive ma anche Solo dio perdona e il più bistrattato The Neon Demon.
E nonostante siano passati ben dieci anni tra l’uscita di The Neon Demon e Her Private Hell, in un certo senso sembra che nulla sia cambiato quando al contempo tutto è cambiato: si è persa la sostanza.
In questa lunga pausa dal cinema Refn si è dedicato a due serie televisive di cui Copenhagen Cowboy è sempre rimasta nella mia lista di prodotti che avrei dovuto terminare, ma per una serie di motivi, di cui la respingenza della trama è stato il principale, non sono mai riuscita a concludere.
Her Private Hell si apre assomigliando fin da subito a The Neon Demon, col racconto della giovane naive che entra in un mondo dello spettacolo più grande e molto più cattivo di quello che pensa. Per non parlare dell’aspetto estetico della maggior parte delle inquadrature, o del trucco colmo di strass di Sophie Thatcher che imita palesemente quello che fu di Elle Fanning nel film del 2016.
Quello che sta vivendo Refn mi sembra un percorso quasi “wesandersoniano”, in cui un regista dallo stile apprezzato e ben definito si imbatte nell l'errore di farsi inghiottire dal suo stesso stile, che rischia di essere l’unica cosa visibile sullo schermo, poiché alle volte l’ autocitazionismo è molto simpatico, altre fa diventare il tutto ridondante.
Il neon, per esempio, che stavolta è perfino il nome della casa di produzione del film. Per l’ennesima volta esso prende il sopravvento tramite un'illuminazione eccentrica e multicolore, che però rende le inquadrature indistinguibili da quelle di un qualsiasi suo film post Drive.
Ciò non significa che il film non sia colmo di inquadrature meravigliose, simili a quadri dipinti con i toni di luce più stravaganti, fino ad assomigliare ai quadri più evocativi di Edward Hopper. Così come anche le, purtroppo poche, scene di azione si riempiono di dinamismo ricordano i migliori film di John Woo.
Le suddette scene d’azione riguardano la sottotrama del film del soldato Private K, un pezzo della trama che non ho citato prima per l’irrilevanza che secondo me occupa nella trama generale.
Nel film il Soldato K è in costante ricerca della figlia scomparsa, la colpa di ciò viene attribuita a Leatherface un assassino ambiguo e misterioso che si lega anche alle vicende della protagonista Elle.
Il problema è che questa sottotrama appare fin troppo scollegata dalla storia centrale, un po’ un sogno, un po una visione, un po’ parte del film di serie B in stile Barbarella che sta venendo girato nella finzione scenica, finchè il tutto non si riunisce alla storia di Elle senza che il pubblico possa capire come ciò sia successo.
Nonostante tutto questo, nel film sono presenti grandi accenti positivi, come la scelta di Refn di un cast giovane ma con un potenziale innegabile e le già citate scene visivamente meravigliose, tra cui la scena nel club/discoteca spicca su tutte.
Ma la cosa migliore del film, il legante principale di una trama ben più che confusionaria, sono le meravigliose musiche di Pino Donaggio, che donano al film una colonna sonora che dà corpo e significato al tutto.
In definitiva, vedendo Her Private Hell sono più o meno riuscita a capire le intenzioni di Refn, un regista che credeva di essere cambiato più di quanto è accaduto nell'effettivo .
Ma comunque un regista coerente nel suo amore per il cinema di serie B, del Giallo all’italiana e sempre desideroso di raccontare temi scomodi e respingenti. Stavolta, però, sotto a tutta la bellezza non sembra essere presente alcuna critica, e più che di temi respingenti qui si parla di una trama che finisce per essere così confusionaria da allontanare anche il pubblico dei più affezionati.
