Perdere un figlio è l’evento contro natura per eccellenza: un ritmo fuori tempo, un patto non rispettato. E per una donna che è detta essere figlia della foresta, ciò è percepito come un vero e proprio tradimento da parte di quella Madre che mai, fino a quel momento, l’aveva ingannata. Ma, a pensarci bene, la visione parlava chiaro: due figli al mio capezzale, non tre.
Hamnet è l’ultimo film diretto da Chloé Zhao, che con Nomadland (2020) si era aggiudicata svariati riconoscimenti tra cui l’Oscar per il miglior film e per la miglior regia.
Sempre rimanendo fedele a un cinema en plein air e fortemente concreto, Zhao riadatta il romanzo Nel nome del figlio. Hamnet, che narra della morte del figlio undicenne di William Shakespeare.
L’assonanza tra Hamnet e Hamlet ha suscitato speculazioni – mai confermate dagli studiosi – circa una possibile correlazione tra la perdita del bambino e la scrittura del grande capolavoro drammatico dell’Amleto.
Quando William (Paul Mescal) incontra Agnes (Jessie Buckley), lui non è che un maestro di latino intento a sanare i debiti del padre, mentre lei è un’erborista sulla bocca di tutti per il suo innato anticonformismo. Agnes è, infatti, sempre in mezzo ad alberi e piante, forte di una connessione spirituale privilegiata con il terreno, ereditata dalle donne della sua famiglia.
La sua non è un ribellione scelta e compiaciuta, quanto piuttosto un ineluttabile e costante ritorno al proprio luogo naturale. Per questo i campi lunghi, paradossalmente, permettono di ammirare dall’interno la conformazione della sua anima.
La famiglia lentamente si allarga, nascono Susannah e poi i gemelli, Hamnet e Judith. William si trasferisce a Londra, dove il suo talento di drammaturgo può finalmente trovare i mezzi per esprimersi.
Paul Mescal interpreta magistralmente un William tenero, introverso e sensibile – niente a che vedere con la versione sopra le righe di Shakespeare in love (1998) – che non è ancora lo Shakespeare quasi mitologico, bensì un compagno e un padre.
Del resto, l’innata espressione melanconica dell’attore gli aveva già permesso di interpretare ruoli spiccatamente introspettivi o tragici, tra cui ricordiamo Aftersun (2022), Normal People (2020) e All of Us Strangers (2023).
Come in Nomadland, più di Nomadland, la natura è interlocutrice attiva nella vita di tutti i giorni, sussurra presagi che solo pochi riescono a captare.
Le inquadrature stesse – con illuminazioni degne di un Caravaggio – si adattano a questo linguaggio, suggerendo geometrie sbilanciate in favore di chi se ne andrà prematuramente, tagliando fuori tutto il resto.
Come quando ripercorriamo a ritroso gli eventi nel ricordo e vediamo solo ciò che avevamo dato per scontato.
Ascoltare. Toccare. Guardare. Agnes fa in modo di rimanere sempre materialmente radicata a tutto ciò che la circonda – dal cielo alle persone – mantenendo attivi tutti e cinque i sensi per poter accedere al sesto. Due più di tutti fanno da filo conduttore per tutta la durata del film: il tatto e la vista.
Il tatto è il mezzo per ottenere la vista – una vista privilegiata quella di Agnes, che riesce a scorgere il futuro delle persone toccando il palmo della loro mano. E la vista non è un mero vedere, quanto piuttosto un guardare.
Guardare per riconoscere ed essere riconosciuti. Guardare per salvare ed essere salvati. Guardare per perdonare ed essere perdonati, arrendersi all’altro, cedere tutto il proprio potere. Guardare per l’ultima volta e non voltarsi mai più: capire, andare avanti e accettare.
Jessie Buckley, che per questo ruolo è attualmente candidata agli Oscar, dimostra una rara capacità di rimanere con se stessa, sostando quanto necessario sul proprio dolore, unico reale modo per superarlo. Le microespressioni facciali sono qualcosa che fa venire la pelle d’oca durante la visione e di cui rimane addosso la sensazione per molto tempo dopo.
Hamnet è un film di una materialità grezza, non ripulita, non patinata, nelle emozioni crude quanto nelle mani sempre sporche di terra.
È un film che funziona bene perché, pur trattando di un evento particolare collocato in un tempo preciso, supera sia la dimensione personale che quella storica per trasmettere consapevolezze ancestrali riguardo la natura e l’arte.
Un lutto è un promemoria della legge inesorabile della natura, che dà e toglie a suo piacimento. Ma se, immersi nel dolore, spesso non riusciamo a scorgerne la fine, la soluzione può essere guardare dall’esterno il teatro della vita.
Se il legno degli alberi resta muto di fronte allo strazio di Agnes, il legno di un palco può avere molto da dire.
L’arte permette di ammirare la crudeltà a distanza di sicurezza, di darle un senso, di rovesciare i ruoli e dar voce ai defunti. Per Agnes costituisce un portale catartico con l’aldilà, ma le consente anche di vedere quanto aveva tralasciato, e realizzare che il lutto unisce più di quanto possa dividere.
Senza scadere in pornografia del dolore, il finale è in assoluto tra i più toccanti di sempre e non risparmia nessuno in quanto a lacrime.
