Una delle cose che preferisco, quando vado al cinema, è guardare la gente che va al cinema. E ascoltarla. Alla proiezione al Cinema Giorgione di Venezia, sabato sera scorso, accanto a me c’era un signore con le sue due figlie, più o meno della mia età. Le figlie, alla fine del film, avevano la mia stessa faccia: tediata. Nel mio caso, tediata dal minimalismo poetico di Jarmusch, il suo inno alla lentezza e alla semplicità, alla – cito – “anti-azione”, che non sempre riesco a farmi andar giù; nel loro, ma non posso certo esserne sicura, credo che il motivo fosse simile. Mentre il padre era più che entusiasta: “Pensateci bene: ti dice tutto su tre famiglie diverse, senza dirti un cazzo. È una cosa potente”.
Avevamo appena visto Father Mother Sister Brother, l’ultimo film di Jim Jarmusch, Leone d’Oro alla ottantaduesima edizione del Festival del Cinema di Venezia. Narrato in capitoli, come a loro tempo Taxisti di notte (1991) e Coffee and Cigarettes (2003), il film si presenta sotto forma di trittico, guardando ai rapporti familiari di tre realtà diverse. In una alternanza ritmica tra vita e morte, tra presenza e assenza (ci sono personaggi morti che in alcune scene vengono esplicitamente ricordati, di altri si intuisce tacitamente la mancanza), pare si parta da un’osservazione di vita vera; una vita impersonale che potrebbe essere quella di chiunque di noi.
Uno dei primi personaggi che incontriamo è interpretato da Tom Waits (con cui Jarmusch lavora dai tempi di Daunbailò, 1986). Un padre solo, molto raramente visitato dai figli – Adam Driver (già in Paterson, 2016) e Mayim Bialik, a loro volta protagonisti di un rapporto piuttosto freddo e forzato – davanti ai quali si finge indigente. C’è un’intera scenografia studiata ad hoc, per questo: casa disordinata, macchina scassata, la semplicità dell’acqua e ghiaccio che offre loro qualora vadano a trovarlo; nella realtà pare che, con i soldi che il figlio gli presta, Father si tolga più di uno sfizio.
Durante Father – che degli episodi del film è forse quello meno riuscito, tenuto per buona parte in piedi dalla presenza spontanea di Tom Waits – emergono degli elementi che accompagneranno lo spettatore per tutto il film: le lente apparizioni degli skaters, orologi veri o falsi, brindisi col tè, cibo, poi di nuovo brindisi col tè e infine con caffè e acqua. Sono trovate narrative che legano l’uno all’altro rapporti geograficamente lontani (Father è ambientato in New Jersey, Mother nei pressi di Dublino e l’ultimo, Sister Brother, a Parigi) accomunati – per lo meno i primi due – da un passato di cui non si sa nulla, ma si intuisce quanto basta; dall’incapacità di conoscere a fondo i figli o, più semplicemente, di accettarli per come sono.
Sull’inadeguatezza si basa l’intero capitolo secondo, Mother.
Cate Blanchett e Vicky Krieps recitano rispettivamente nei panni di Timothea e Lilith, due sorelle diametralmente opposte – sia in fatto estetico che caratteriale. La madre è una scrittrice di successo (una bravissima, come al solito, Charlotte Rampling) molto rigida e molto poco affettuosa.
Il momento del tè si intende qui come una (rara) occasione di incontro imbarazzato, cui nessuna delle tre protagoniste partecipa con slancio né entusiasmo – i britannici direbbero a catch-up with the family, un’occasione per aggiornarsi sulle proprie vite. Peccato che nessuna delle due sorelle (e nemmeno la madre, che ha scritto un sacco di libri di cui non vuole parlare) ami lasciarsi andare a particolari sulla propria vita privata: Lilith è lesbica e finge di avere una relazione con un uomo che la voglia sposare; non è chiarissimo cosa faccia nella vita, forse l’influencer, né si capisce se le manchino soldi oppure se ne abbia più di quanto sembra. Ecco che torna il motivo del Rolex: il suo sarà autentico?
Al contrario di Lilith, il cui stile pare in forte opposizione con l’educazione impartita dalla madre, con le sue maniere, l’arredamento della casa eccetera, Timothea è ben inquadrata, per quanto ci appaia infelice. Ha ottenuto una promozione al lavoro, ma sul resto della sua vita non dice molto. Potrebbe essere la preferita della madre – come lo era Jeff (Adam Driver) nel primo episodio, a scapito della sorella Emily – ma comunque, è evidente, lontana dalle sue aspettative.
Al netto delle speculazioni di sorta, però, resta il fatto che le tre non si conoscono. Pare che la madre non conosca le figlie meglio di quanto abbiamo modo di fare noi nel corso del film, così come era successo nel primo episodio, e come – nonostante le differenze relazionali – accadrà nel terzo.
Sister Brother è la conclusione narrativa logica dell’opera. Lo dice anche Jim Jarmusch, in più di un’intervista: i tre episodi vanno visti in sequenza, e assumono senso solo se visti in sequenza – nell’ordine giusto.
Il terzo, non a caso, ci offre una progressiva liberazione dal silenzio famigliare.
Se prima l’imbarazzo era palpabile – come a trovarsi nella stessa stanza di Father o Mother – Skye e Billy (i protagonisti dell’epilogo, rispettivamente Indya Moore e Luka Sabbat, entrambi molto bravi) permettono qui allo spettatore di ammorbidirsi, di lasciare andare la tensione e l’imbarazzo trattenuto, di assistere finalmente alle interazioni di due fratelli che non si disconoscono, anzi: si vogliono bene. I due fratelli si rivedono per visitare insieme un’ultima volta l’appartamento parigino in cui sono cresciuti e ripercorrono così, in una parentesi malinconica quanto tenera, le vite del padre e della madre.
La differenza con gli altri episodi del film è però sostanziale: non conoscono a fondo il passato dei genitori, ma è evidente – dalle foto, da come i due fratelli ne parlano, dall’affetto che si percepisce nei loro discorsi – che questi si siano amati. E che abbiano amato anche i figli. La pecca, se vogliamo trovarla, della conclusione (altrimenti ben costruita, oltre che estremamente delicata) è che pare voglia commuoverti a tutti i costi. Pare voglia fungere da lieto fine, che di fatto non c’è, né – credo – dovrebbe esserci.
E qui giungo a ciò che meno mi convince dell’opera nel suo complesso. Ovvero lo sguardo attento ai dettagli, ai piccoli momenti di piccole vite quotidiane, nel tentativo estremo di intercettare un presente quanto più aderente al reale. Ma le variazioni sui micro-dettagli che tornano, durante il film, rivelano a loro modo il contrario: una devozione quasi ossessiva alla forma, che rischia di farsi involucro artificiale. Non sto speculando: è il regista stesso, in una recente intervista a Rolling Stone, ad ammettere quanto sia stato stancante girare Father Mother Sister Brother, «non per scene d’azione o fisiche, ma perché passavo ore a studiare il movimento di una mano, di una palpebra, di uno sguardo, di un gesto». Nulla di male nell’attenzione al dettaglio in sé, fondamentale per dare coerenza estetica all’opera, a patto però che il film non si riduca drasticamente alla cura formale.
Al netto delle riserve, nei confronti di questo film – vuoi per il Leone d’Oro, vuoi per il titolo che trovavo interessante, o per la stima verso regista e attori – nutrivo aspettative molto alte. Dopo averlo visto, quindi, ci ho riflettuto a fondo. Sulla noia che ho provato durante la proiezione non posso fare nulla, ma sui giudizi affrettati sì, e in definitiva credo sia un film ben fatto, che sicuramente arriva – a me, sotto forma di tedio profondo, di immobilità, di sensazione di impotenza, come se volessi scappare e non riuscissi. In ogni caso, riconosco che qualcosa mi arriva. Ho anche pensato che a mia madre piacerà sicuramente, proprio come al signore che ho incrociato al cinema. Sarà (anche) una questione generazionale? Se così fosse, forse non sarebbe un caso che gli unici due personaggi che scampano all'oppressione del silenzio siano (gli unici) molto giovani. Ci arriveremo tutti, con il passare degli anni, a non voler conoscerci più?
