Serviva un romeno per decostruire la figura storica di Vlad III di Valachia e il mito di Dracula. serviva Radu Jude per chiudere il percorso iniziato da Eggers e protratto da Besson.
Il regista torna al cinema con un film di quasi tre ore che rifiuta coscientemente armonia narrativa e compattezza stilistica, spaziando tra saggio filosofico, cabaret osceno e shitpost digitale.
Un collage anarchico e grottesco che porta a un nuovo livello la natura anti-climatica della sua arte; un marchio di fabbrica ormai, nonché scelta politica.
Fin dal suo esordio nel 2009 con The Happiest Girl in The World, Jude aveva lasciato indizi riguardanti le sue ossessioni, diventate oggi tematiche ricorrenti:
la Romania pre e post-comunismo; la trasformazione del paese influenzata dalle logiche del capitalismo occidentale; la mercificazione dell’immagine.
Era, ed è, la catastrofe del sensibile, dove la pervasività e l’omologazione del simbolo pubblicitario testimoniano l’industrializzazione del simbolico.
Da allora ha abbandonato progressivamente i codici tradizionali del nuovo cinema romeno per approdare a una forma più sperimentale e Dracula ne rappresenta il punto più estremo (per ora!).
Il film è necessariamente frammentato e caotico a causa del soggetto, non sarebbe potuto essere altrimenti, piaccia o meno la scelta autoriale. Ma è un caos lucido e razionale, un disordine pensato.
La trama ruota attorno a uno scrittore che, incapace di comporre una rielaborazione del racconto, si affida all’aiuto dell’intelligenza artificiale presente nel proprio tablet. Attraverso le sue richieste l’AI genererà una serie di scenari alternativi e variazioni sul mito del vampiro - con tutte le problematiche del caso, come volti confusi, transizioni posticce e una scarsa attenzione alla coerenza dei dettagli.
Il racconto si presenta così come una successione di capitoli, di esperimenti continui che rifuggono la linearità a cui siamo soliti.
Vedremo Dracula diventare un CEO sfruttatore ma acculturato che cita U.Eco, un tiktoker, un’attrazione turistica e perfino un paziente che, a causa del mal di canini, si dirigerà dal dentista Doc. Caligari.
Jude costruisce un’opera post-moderna che adotta la logica della citazione continua e del collage, con riferimenti al cinema horror, ad autori come Herzog e Coppola, alla cultura pop e alla “memificazione” digitale.
In parallelo sviluppa la sottotrama più emotiva del film: la storia di vampira e di un anziano conte succhiasangue che sbarcano il lunario lavorando in uno squallido locale turistico della Transilvania, mettendo in scena spettacoli erotici e kitsch per visitatori in cerca di folklore; alla fine dello show seguirà sempre una caccia al mostro.
La leggenda, in questo modo, viene tramutata in fenomeno da baraccone.
Ed è qui che emerge con forza la riflessione del regista: Siamo in un mondo che ha esautorato i propri simboli e le proprie tradizioni per trasformarli in oggetti di consumo.
Il vampiro è stato vampirizzato dalla pubblicità e dal merchandising, e ora rappresenta una società intera che si nutre di immagini e identità.
Come detto dal nostro pseudo scrittore: “il film avrebbe potuto anche chiamarsi Frankenstein”, perché ciò che vediamo si presenta come una commistione di pezzi eterogenei, un corpo mostruoso composto da frammenti filosofici, cabarettistici e pornografici.
Ma cos’è davvero osceno? L’immagine porno, oppure le violenze politiche e sociali che accettiamo senza scandalo?
L’uomo è refrattario a osservare direttamente l’orrore del reale, gli serve uno strumento per affrontare la caoticità del presente e Jude lo identifica nel cinema.
Come esposto in bad luck banging or loony porn, il cinema è come lo scudo di Perseo.
Guardare medusa in faccia (Vampira ce l’ha tatuata sul decoltè) significherebbe essere pietrificati, serve uno scudo lucido e riflettente in grado di permetterci di osservare il reale, seppur deformato.
A differenza di quanto affermato da Bazin, il cinema non è una forma moderna di mummificazione capace di proteggere il finito dalla dissoluzione. Il cinema non salva il mondo, ma costruisce uno schermo in grado di farci guardare il disastro senza venirne completamente annientati.
Per questo motivo Dracula non è una registrazione del contemporaneo, bensì un suo sabotaggio, avvenuto tramite l’eccesso, il sarcasmo e il grottesco.
Un’opera intenzionalmente estenuante e caotica, che unisce alta e bassa cultura e si rivolge ad un pubblico particolare, disposto ad abbandonare qualsiasi aspettativa convenzionale per immergersi in un’esperienza cinematografica dove l’instabilità la fa da padrona.
Un cinema che non offre salvezza alcuna, ma che ricerca ostinatamente una possibile lucidità nella deriva del presente. Una produzione che ascolta le intenzioni dell’autore e meno le richieste del pubblico. Un film autentico.
