Dead Man's Wire - Recensione: Una giustizia per cui combattere

Dead Man's Wire - Recensione: Una giustizia per cui combattere

1977, Indianapolis, “Topless” è scritto sulla targa di una macchina da cui esce un uomo con un braccio rotto e in mano uno scatolone dalla strana forma allungata, come quello di Rapina a mano armata.

L’uomo è Tony Kiritsis, non ha davvero un braccio rotto e nello scatolone c’è un fucile, proprio come nel film di Stanley Kubrick. Tony entra in una società di prestiti e mutui, dove si reca abitualmente, per un incontro con il capo dei capi, in quel momento assente per un improvviso viaggio in Florida; in sua assenza andrà bene un incontro con suo figlio Richard Hall.

Proprio come avvenne nella realtà – stiamo parlando di una storia vera seppur nella sua assurdità – Tony dimostra subito di non voler avere un semplice incontro d'affari. Infatti, lega il fucile presente nel suo scatolo al collo di Richard Hall tramite del fil di ferro collegato al grilletto dell’arma: ecco il Dead Man’s Wire (filo dell’uomo morto) che dà il nome al film.

A ciò segue un assurdo percorso in strada tra gli sguardi increduli della folla e la polizia che non sa esattamente come agire, mentre tutto viene visto da un altro occhio sempre vigile e attento: quello della macchina da presa.

“The Revolution Will Not Be Televised” viene ripetuto continuamente nella canzone di Gil Scott-Heron che accompagna i titoli di coda del film.

Ma la piccola e assurda rivoluzione di Tony Kiritsis sì che viene mostrata in televisione. Tanto che questa appare quasi come un altro protagonista del film, tramite il personaggio della giovane reporter, o tramite gli schermi che affollano continuamente la pellicola scandendo il ritmo della narrazione.

Perché il 1977 era già un tempo fatto di media, l’opinione del popolo si forma attorno a essi, così vedendo le stravaganti immagini del rapimento le persone iniziano a tifare ed empatizzare per Tony, lo stesso Tony che ama un altro media fondamentale di quell’epoca: la radio.

Il personaggio del dj radiofonico Fred Temple, “la voce di Indianapolis”, rappresenta cos’è la radio per il tipico ascoltatore come Tony: un luogo di rifugio. Un po’ come accadeva, in maniera sicuramente più cruda, in Talk Radio di Oliver Stone, dove un manipolo di anime inquiete si rivelavano tramite il mezzo radiofonico.

La televisione, le vecchie auto, la radio, le canzoni dell’epoca come Cannock Chase di Labi Siffre (usata da poco e in maniera impeccabile anche da Joachim Trier nel suo Sentimental Value), la grana delle immagini, il sogno americano: Gus Van Sant dà forma concreta all’America degli anni Settanta, che nei problemi sociali non sembra molto diversa da quella di oggi.

A un certo punto la narrazione si “chiude” nel piccolo ambiente costituito dall’appartamento di Tony, un luogo angusto, semplice e un po’ deprimente, adatto ad “un uomo del popolo” quale lui si autodefinisce.


In questa semplice location la psicologia dei personaggi riesce ad esprimersi al massimo. In particolare Bill Skarsgår dà vita ad un protagonista interessante nel suo comportamento impacciato e nelle sue emozioni sfaccettate, che portano lo spettatore a non poter far altro che empatizzare con lui nonostante tutto.

Lo stesso Gus Van Sant non mostra mai il personaggio come un semplice uomo fuori di testa – “è un pazzo” sarebbe la descrizione più semplice da appioppare a Tony – ma questo vorrebbe dire ignorare tutte le motivazioni politiche e sociali che muovono le sue azioni.

La sua è una lotta contro il sistema capitalistico, invocando un'ingiustizia subita da un semplice cittadino per mano di una grandissima compagnia di prestiti e mutui. Secondo “la verità” professata da Tony in tv e in radio tale compagnia avrebbe fatto in modo che diversi investitori non comprassero un terreno da lui posseduto e teoricamente adatto per costruirvi centri commerciali o altre strutture dal grande valore redditizio.

Nel corso del film non scopriremo mai se questa “ingiustizia originale” sia accaduta davvero, ma risulta molto semplice credere a Tony tramite la narrazione. Del resto, la storia del colosso economico contro il singolo ricorda molti eventi del presente come la storia di Luigi Mangione, così come l’idolatria del popolo verso questi strani “eroi rivoluzionari”.

Ma, allo stesso tempo, Gus Van Sant ci fa empatizzare anche con il “malvagio” figlio di papà privilegiato. Richard Hall, che ha sempre il fiato spezzato da quel fil di ferro che gli stringe il collo, che ha una famiglia dalla quale tornare, e che più di una volta sembra comprendere il privilegio con cui ha avuto la casualità di nascere. Lo vediamo nelle forme più patetiche, nei momenti in cui viene assalito dai suoi incubi.

In quel piccolo appartamento squallido queste due personalità così differenti per nascita sembrano riuscire a trovare dei brevi punti di contatto, che sia sindrome di Stoccolma o meno.

Se c’è un singolo cattivo nella storia di tutti, quello è proprio il grande capo dei capi della compagnia di prestiti. Lontano da tutta la vicenda sia fisicamente che mentalmente, perso in un lussuoso soggiorno in Florida, dove il modo in cui viene tagliato un burrito diventa un grave problema.

M. L. Hall appare, dunque, come l’unica figura imperdonabile del film, un uomo che non abbandonerebbe mai il suo orgoglio, neppure davanti alla possibilità di perdere suo figlio, un uomo la cui unica fatica richiesta è dire un “mi dispiace”.

Quando tutto finisce, sicuramente non perché il simbolo del potere ha deciso di piegarsi, “si sente il suono della giustizia”.

Ma Gus Van Sant ci fa interrogare su quale sia davvero questa giustizia, in un finale dolceamaro in cui è difficile capire da che parte stare e rimane il dubbio che le cose siano state svolte nella maniera corretta.


Tramite le immagini finali, il film appare nuovamente come un racconto delle personalità di due uomini che hanno profondamente condiviso un qualcosa, e che non possono che rimanere connessi da un filo invisibile.

Dunque, Gus Van Sant crea un film dinamico e sempre intrattenente, che riesce a unire toni drammatici a vene comiche (dovute anche alle assonanze con l’assurdità delle situazioni reali di cui vediamo le riprese a fine film). Dead Man’s Wire appare non solo come un film dalla fotografia e dalle immagini entusiasmanti, ma che riesce anche a raccontare una critica sociale, economica e nei confronti dei media rilevante tutt’oggi.