Amarga Navidad - Recensione: Almodovar ha ancora qualcosa da dire?

Amarga Navidad - Recensione: Almodovar ha ancora qualcosa da dire?

L’autofiction non è di certo una novità per Pedro Almodóvar, che da sempre ruba e rielabora gli ingredienti della propria vita ponendoli al servizio dell’arte. Ma può la vita di una singola persona fungere da motore per un’intera carriera cinematografica senza risultare un già-visto? Evidentemente, dopo oltre venti film, si può azzardare una risposta negativa, e Amarga Navidad – presentato pochi giorni fa al Festival di Cannes – sembra essere espressione proprio di una presa di coscienza artistica ed esistenziale del regista.

 

La trama si svolge su due piani: nel primo troviamo Raúl (Leonardo Sbaraglia, protagonista già in Dolor y gloria), sceneggiatore e regista intento a scrivere un copione dopo un periodo di blocco dello scrittore, presumibilmente l’alter-ego di Almodóvar. Al suo fianco il compagno Santi (Quim Gutiérrez) e l’assistente di una vita, Mónica (Aitana Sánchez-Gijón).

 

Parallelamente vediamo prendere forma proprio la storia che Raúl sta scrivendo, ispirandosi pericolosamente alle persone della sua vita: la protagonista è Elsa (Bárbara Lennie), la quale appartiene all’ormai nota categoria di donne almodovariane perennemente sull’orlo di una crisi di nervi.

 

Elsa è una sceneggiatrice e regista, non ha superato la morte di sua madre e vive col pompiere-spogliarellista Bonifacio. Non è la sola ad attraversare un momento di difficoltà, che condivide seppur per motivi diversi con le amiche Patricia (Victoria Luengo) e Natalia (Milena Smit).

 

Un film nel film, dunque, in cui non solo la finzione ruba alla realtà ma è la stessa realtà a essere presagita dalla finzione. Niente di assurdo, se consideriamo che finto non significa falso, e già La mala educación e Dolor y gloria avevano anticipato e chiarito questo binomio.

 

Nella finzione non è incluso solo il cinema, bensì ogni forma artistica quali la musica e la letteratura. Ogni canzone un presagio, ogni romanzo un’ispirazione, proprio come nella vita.

Amarga Navidad non fa segreto del debito del cinema nei confronti delle altre arti: se la settima arte è la più completa, è anche quella che ingloba tutte le altre per superarle.

 

Qui sembra che la struttura filmica sia fortemente calcata su quella del romanzo, tanto che, più che un’opera cinematografica, non è azzardato definirla un’opera letteraria trasposta in immagini, in cui i piani di narrazione si sovrappongono e si intrecciano di continuo.

 

Il cinema di Almodóvar nella sua fase più matura conserva i pilastri visivi che lo rendono riconoscibile ma è chiaro che il focus è sul copione e sugli intenti narrativi. Questo cambio di rotta è rintracciabile – qui come anche in La stanza accanto – dall’uso di un numero minore di sequenze, più lunghe e soppesate, come capitoli di un libro.

Abbandonata definitivamente la frenesia caotica e ritmata della prima fase artistica, si fanno spazio inquadrature più intimistiche e introspettive.

 

In Amarga Navidad, quasi tutto è un’autocitazione. Elsa ricorda per molti aspetti la Leo de Il fiore del mio segreto, con quel fare un po’ assente e distaccato, artista inquieta dietro gli occhiali da sole. Anche l’assistente di una vita è una figura che era già stata ampiamente presente in Dolor y gloria, per non parlare poi di tutti quegli elementi ricorrenti quali la morte della madre o Madrid o il sodalizio musicale con Chavela Vargas.

 

Di fatto, per buona parte del film si ha la sensazione di entrare in un polveroso museo autocelebrativo del regista, il quale in un soliloquio ripercorre con nostalgia i tratti identificativi (e ormai rassicuranti) che hanno reso celebre il suo cinema. Un déjà-vu, insomma, quasi che la somma delle parti non riuscisse più a comporre un tutto coerente e funzionale.

 

È solo verso le ultime scene che si squarcia il velo: qualcuno sembra aver spifferato i pensieri che ho espresso poco sopra, e il film trova una sua reale dimensione. Un personaggio, rimasto fino ad allora minaccioso ma tutto sommato innocuo, prende parola e mette i registi (Raúl ed Almodóvar) di fronte a una verità già matura, e allora il film non esplode ma prende decisamente un’altra piega, più interessante e più lucida.

 

La matrioska che alterna verità e finzioni si apre fino ad arrivare alla figurina più piccola, al nucleo di tutta la vicenda, una riflessione consapevole su cosa significhi da una parte essere un* regista e avere un pubblico, dall’altra essere una persona e condividere con gli altri la propria vita.

 

È evidente che il blocco creativo di cui si sono fatti portavoce vari personaggi non sta risparmiando lo stesso Almodóvar: forse il suo cinema per come l’abbiamo sempre conosciuto ha davvero terminato la sua corsa ed è giunto a un punto di svolta? O anche questa riflessione rimarrà confinata nel piano della fiction?