50 anni di Todo Modo: il potere che divora se stesso

50 anni di Todo Modo: il potere che divora se stesso

Compie cinquant’anni Todo Modo, uno dei film più importanti e radicali del cinema politico italiano.

 

La firma è quella inconfondibile di Elio Petri, che, dopo la trilogia della nevrosi,

realizza un’opera capace di analizzare con lucidità l’Italia della seconda metà degli anni

Settanta.

 

Il bersaglio non è soltanto la Democrazia Cristiana, ma un intero sistema di potere che

proprio in quegli anni si preparava ad affrontare la stagione del compromesso storico con il

Partito Comunista Italiano.

 

UN MORBO MORALE, NON SOLO POLITICO


Siamo nel 1976, e sul Paese incombe un’epidemia. Non ne conosciamo la natura, ma la sua

presenza aleggia ovunque.

 

Petri parla di un morbo morale, politico, spirituale: è il contagio compiuto dalla corruzione e dall’ipocrisia.

 

Dirigenti della DC, magistrati, banchieri ed ecclesiastici si ritrovano nell’albergo “Zafer”, isolato dal mondo, un rifugio fuori dal tempo. Il richiamo al Decameron di Boccaccio appare inevitabile: anche qui un gruppo si separa dalla società, questa volta non per sfuggire alla peste.

 

I convitati, formalmente, sono lì per gli esercizi spirituali guidati da Don Gaetano

(Marcello Mastroianni), ma fin da subito è chiaro come l’interesse principale sia un altro: negoziare equilibri interni, consolidare le correnti, perpetuare l’ordine consolidato.

 

UN INFERNO SOTTERRANEO E BRUTALISTA


Anche l’architettura del luogo racconta questa condizione: il complesso brutalista e

sotterraneo (l’inferno?!) è invaso da simboli religiosi, ma quella religione appare ormai

spiritualmente esautorata. La fede è diventata un semplice ornamento del comando.

 

In questo contesto, iniziano a verificarsi le misteriose morti dei partecipanti. Eppure nessuno fugge, nessuno chiama le autorità, nessuno cerca davvero un colpevole.

 

Il film, del resto, non è interessato a costruire un giallo: l’identità dell’assassino conta poco,

mentre i corpi ritrovati diventano il simbolo di un sistema politico che ha iniziato a divorare se

stesso - un’autofagia del potere.

 

I correntisti accettano con un misto di paura e fatalismo. Sanno che, per ristabilire gli equilibri, qualcuno dovrà necessariamente essere sacrificato.

 

LA MORTE COME UNICA VERA SOVRANA


E quindi compare l’unica autorità assoluta, la morte: l’unica forza realmente democratica, che colpisce tutti senza distinzione.

 

Davanti al suo cospetto non esistono gerarchie, correnti o privilegi.

La livella di Totò colpisce, instancabile nel suo agire.

 

Todo Modo non fa sconti a nessuno, ed è facile capire il perché del suo boicottaggio distributivo.

 

VOLONTè, LA MASCHERA DI MORO


Gian Maria Volonté interpreta un personaggio chiaramente modellato su Aldo Moro, di cui riproduce il linguaggio, le pause, la postura e quell’ambiguità politica che molti, all’epoca, gli attribuivano.

 

Petri, però, non lo trasforma nel principale responsabile della crisi, facendo sua la scelta del realismo socialista: il vero imputato non è il singolo uomo, è il sistema.

 

I protagonisti sono maschere, affresco di un’intera classe dirigente.

 

UN’OPERA ANCORA SCOMODA


Per questo, a cinquant’anni dalla sua uscita, Todo Modo (per cercare la volontà divina) continua a essere un’opera scomoda e inquietante; mette in scena la decomposizione morale del potere quando smette di avere utilità sociale e diventa esclusivamente autoconservazione macchiavellistica.

 

È il racconto di una politica che è anti-politica, di una religione ridotta a rito, di una società che prima ancora di ammalarsi nel corpo si è ammalata irrimediabilmente nello spirito.

 

Disgustoso, ma inevitabile (come si narra abbia commentato Moro vedendo l’interpretazione di Volontè).