Quando nel 2025 la saga "28" tornò sul grande schermo dopo quasi vent'anni di silenzio, il rischio era quello di resuscitare un cadavere ormai decomposto. Invece, Danny Boyle e Alex Garland ci regalarono un capitolo che non solo riuscì a stare al passo coi tempi, ma che ebbe il coraggio di reinventare le regole del gioco. "28 Anni Dopo" fu un ritorno alle origini che guardava dritto al futuro, girato con smartphone in un'Inghilterra isolata dal resto del mondo, ultimo baluardo contro un'infezione che il continente aveva respinto. Un film brutale, viscerale, che parlava di Brexit, di divisioni sociali, di padri e figli.
Ora arriva questo secondo capitolo, diretto da Nia DaCosta ma ancora una volta scritto da Garland e prodotto da Boyle. Un seguito girato quasi contemporaneamente al precedente, in modalità back-to-back, per ottimizzare budget, scenografie e troupe. La scelta di affidare la regia a DaCosta, che sulle prime poteva sembrare azzardata, si rivela in realtà funzionale: serviva qualcuno in grado di portare avanti il lavoro mentre il duo creativo si concentrava sul grande finale che arriverà con il terzo capitolo. E la domanda sorge spontanea: ce l'ha fatta?
La risposta è sì, con qualche ma.
"28 Anni Dopo - Il Tempio delle Ossa" è un film contemplativo, quasi meditativo. Gli infetti, che nel capitolo precedente erano presenti e minacciosi, qui vengono relegati ai margini della narrazione, ridotti quasi a rumore di fondo. Perché qui al centro non c'è l'apocalisse zombie, ma l'umanità in tutte le sue sfaccettature. Umani che fanno cose da umani: nel bene e nel male, nella carità e nella crudeltà, nella speranza e nella disperazione.
E qui DaCosta alza decisamente l'asticella della brutalità. C'è molta più crudezza rispetto al capitolo precedente, una violenza sanguinaria che punta alla tortura, accompagnata da un'ironia sopra le righe che non ci aspettavamo ma che, sorprendentemente, funziona. Questa scelta stilistica non è gratuita: serve a sottolineare come siano gli orrori umani ad emergere in un'apocalisse dove gli infetti sono ormai marginali. Il vero mostro, come da tradizione del miglior cinema di genere, è l'uomo che si rivolta contro se stesso. Un po' come ci mostrava il gruppo di militari di 28 giorni dopo, anche qui è l'essere umano il pericolo maggiore.
Il protagonista è ancora Spike, il ragazzino che abbiamo conosciuto nel film precedente attraverso gli occhi innocenti di Alfie Williams. Qui lo ritroviamo trasformato dagli eventi, vittima di una serie di circostanze che lo porteranno a confrontarsi con due visioni opposte dell'umanità. Da una parte c'è il Dottor Kelson, interpretato da un Ralph Fiennes che da solo vale il prezzo del biglietto. Kelson è un uomo che continua a popolare il suo ossario, che stringe un legame inaspettato con un infetto, che crede nella dignità della vita anche quando questa sembra perduta. Dall'altra c'è Jimmy e la sua gang: un gruppo di sadici violenti che vive nel culto del proprio leader, interpretato in maniera superlativa da Jack O'Connell.
Ed è proprio qui che il film trova la sua ragion d'essere: nella riflessione sulla fede. La fede del Dottor Kelson è caritatevole, magnanima, quasi trascendente. È la fede in un'umanità che forse non esiste più, ma che vale comunque la pena preservare. La sua fiducia verso l'altro trascende l'umano e arriva quasi al divino, ponendo domande scomode: cosa ci rende davvero umani? Quando diventa accettabile uccidere? Gli infetti sono ancora persone o solo bestie? Meritano di essere salvati?
Dall'altra parte, la fede del gruppo di Jimmy è manipolazione, controllo, un messia autoproclamato che si fa adorare da seguaci che credono ingenuamente che lui sia il figlio del diavolo, senza probabilmente nemmeno capire bene cosa significhi. È la religione come strumento di potere, come mezzo per assoggettare i deboli e giustificare l'ingiustificabile.
DaCosta orchestra queste due visioni con mano sicura, costruendo verso un finale che culmina in una scena a dir poco memorabile, già destinata a diventare iconica. Un momento seguito da un passaggio oscuro e fortemente simbolico che cementa il messaggio del film con una forza visiva impressionante. Qui la regia, pur meno sperimentale di quella di Boyle, si dimostra efficace nel raccontare per immagini, nel lasciare che siano i volti, i silenzi e le inquadrature a parlare.
Certo, si sente il peso di essere un "film ponte". La percezione di assistere a un capitolo intermedio, progettato per chiudere le linee narrative del precedente e aprire la strada al conclusivo, è palpabile. C'è una certa cautela, la volontà di non strafare, di traghettare gli spettatori verso una conclusione che arriverà solo con il terzo episodio, di nuovo diretto da Boyle. E questo, inevitabilmente, toglie qualcosa alla pellicola.
Eppure, nonostante tutto, "28 Anni Dopo - Il Tempio delle Ossa" riesce a reggere il peso delle aspettative. Non ha l'energia rivoluzionaria del capitolo precedente, non ne condivide quella voglia quasi punk di reinventare il linguaggio cinematografico. Ma ha qualcosa di diverso: una profondità riflessiva, una maturità tematica che eleva il discorso oltre il semplice survival horror. È un film che parla di fede e umanità in mezzo alle rovine, che si interroga su cosa significhi essere umani quando il mondo intero sembra aver dimenticato il significato di questa parola.
Sarà perfettamente godibile per tutti gli amanti della serie, e forse anche per chi, in genere, non ama i film di zombie e infetti. Perché questo non è davvero un film sugli infetti. È un film sulla fede, in tutte le sue forme. E sulla violenza dell'uomo contro l'uomo, mostrata senza filtri né censure. In un mondo devastato come quello della saga "28", forse è proprio la fede l'ultima cosa che ci resta. E la crudeltà umana, purtroppo, la prima a riemergere.
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