Recensione di “Ben is Back”

Ben

Ben è un ragazzo tossicodipendente. Dopo aver rischiato di morire per overdose è stato portato in una clinica riabilitativa, da dove esce per tornare a casa per Natale, senza avvisare la famiglia. Sono tutti scossi, ma per la madre Holly è una gioia poter passare le feste con il figlio. Nonostante questo (o forse proprio per questo), non si fida totalmente di lui, e fa di tutto per tenerlo lontano da tentazioni e rischi, non mollandolo neanche per un secondo. Ma l’equilibrio effimero che si stava creando viene stravolto quando durante la Messa di Natale qualcuno entra in casa dei Burns e rapisce il loro cane, perché ciò riporterà alla luce alcune vicende che si pensavano ormai superate.
Una grande protagonista è sicuramente la tensione. Infatti si ha un clima teso tra Ben e la sua famiglia; tensione si respira tra alcuni membri della comunità; ansia ti colpisce mentre sei seduto sulla poltrona del cinema quando Ben e la madre partono alla ricerca dell’animale. Le riprese quindi diventano a loro volta concitate, con un montaggio rapido (a volte troppo) che si pone in contrapposizione con la prima metà del film, in cui l’agitazione è resa grazie alla distensione dei momenti (anche in questo caso, a volte troppa) e la mancanza di suoni esterni.
Per rendere tutto ciò non si potevano non scegliere che colori opachi, per lo più scuri, che richiamassero l’oscurità dei protagonisti, la loro sofferenza. Tale sofferenza viene proprio esaltata dall’interpretazione azzeccata di Julia Roberts. Raramente si riesce a godere di personaggi così a fuoco come Holly Burns, madre triste e sconsolata che va contro tutte le evidenze pur di non rassegnarsi alla natura del figlio. Quest’ultimo è interpretato da Lucas Hedges (figlio del regista: sarà un caso?), a tratti titubante come se non sapesse bene come comportarsi, ma che, forse grazie anche al taglio dato dal padre nelle riprese, riesce comunque ad arrivare al risultato in maniera soddisfacente.
Nonostante la frenesia degli eventi, il film avrebbe potuto benissimo essere più breve – tagliando alcuni personaggi che chiamarli secondari è far loro un complimento – senza che la struttura essenziale ne avesse risentito. Anzi, proprio grazie a questi tagli la potenza della tematica raccontata avrebbe colpito più prepotentemente il cuore e la mente, lasciandoci a riflettere e a chiederci come ci saremmo comportati noi in una situazione così difficile. Perché in questi casi chi soffre non è soltanto il diretto interessato, ma anche tutti coloro che gli stanno attorno, che non sapendo come comportarsi rischiano di fare solo ulteriori danni.

A cura di Jacopo Lolli

Potrebbero interessarti anche:

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *