Recensione di “A private war”

A private war: la banalità del bene

A private war

La nuova pellicola di Matthew Heineman che vede protagonista una sontuosa Rosamund Pike è nelle sale dal 22 novembre.
La pellicola è l’adattamento cinematografico dell’articolo “Marie Colvin’s Private War” uscito su Vanity Fair nel 2012 per omaggiare la carriera giornalistica della sopracitata Marie, ricordata per il suo coraggio nei reportage di guerra, eseguiti dal vivo e spesso rischiando la vita.
L’ambizioso progetto di Heineman alterna sequenze di puro dramma esistenziale che dipingono una Marie donna di mezz’età attanagliata da mille dubbi su come voglia passare il resto della sua vita, ad altre di approccio quasi documentaristico che cercano di mettere in scena il crudo realismo della guerra.

Il film è serio, brutale, ma mai serioso. Il senso di pesantezza che in certi momenti può arrivare riesce a essere spezzato efficacemente dalla gestione della Marie-Pike, sempre pronta con una battuta ironica, a strapparci un sorriso.
Il film è girato senza sbavature e ha dei cambi sequenza molto belli, primo su tutti quello in cui Marie apre l’elegante porta in legno della sua camera da letto e la vediamo comparire lungo un sentiero in Sri Lanka, nel bel mezzo della guerra.
A reggere il film é la bionda Rosamund dagli occhi di ghiaccio e con un’interpretazione che potrebbe valergli l’oscar, ma sono ottimi anche Jamie Dorman nel ruolo del fotografo Paul Conroy e Tom Hollander che interpreta il direttore del Times.

A private war

Difficile dire cosa sia mancato in questo film, ma forse il problema è che togliendo le tante sovrastrutture molto ben eseguite, ne rimane solamente una sterile celebrazione dell’eroismo umano, e ci siamo un po’ rotti il *****.

Voto: 7.75

A cura di Don_Malakas

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