Recensione di “7 sconosciuti a El Royale”

7 sconosciuti a El Royale: un tango tra Tarantino e i Coen

7 sconosciuti

Le vicende di 7 sconosciuti si intrecciano in un hotel fatiscente a cavallo tra lo stato del Nevada e quello della California. Tutti i personaggi all’interno delle loro stanze nascondono un segreto e durante quella notte sono decisi a dare una svolta alla loro vita. Purtroppo per loro, non sono gli unici a nascondere insidie, ma anche l’Hotel che li ospita ha un passato oscuro e piuttosto misterioso.
La narrazione è ricca di colpi di scena disseminati magistralmente in una trama che mantiene un ritmo incalzante per quasi tutto il film. I personaggi provenienti da realtà molto differenti e ognuno di loro entrerà in hotel con una maschera che lentamente cadrà verso la conclusione finale. Su tutti spiccano il prete e l’agente segreto, interpretati da Jeff Bridges e Jon Hamm, figure che suscitano grande interesse già dalla prima sequenza e capaci di elevare la pellicola ad un livello superiore. Purtroppo la figura del gestore dell’albergo, anche se di grande importanza all’interno della vicenda, non viene delineata con chiarezza ma rimane molto abbozzata.
In questo mare di segreti l’unica che si rivela positiva è Darleene, cantante da 12€ l’ora interpretata da un’ottima Cynthia Erivo. La sua estraneità dagli inganni dell’hotel dona equilibrio, in un contesto oscuro in cui prevalgono il male e imprevedibilità. Molto interessanti anche i riferimenti a fatti storici realmente accaduti, rivisitati in funzione della storia.
Dal punto di vista registico siamo di fronte ad un’ottima prova di stile che strizza l’occhio a Tarantino più volte, sia per la divisione del film in capitoli che per la volontà di riprendere la stessa sequenza da più punti di vista e in archi temporali differenti.
Infatti, guardando il film, è impossibile ignorare i rimandi di sceneggiatura e di ambientazione a The Hateful Eight, l’ultimo lungometraggio del cineasta statunitense.
L’esperimento nella sua totalità risulta riuscito anche se presenta due problematiche: non tutti i personaggi hanno una caratterizzazione sufficiente e il ritmo è troppo altalenante, perché nella prima parte è serrato di grande interesse mentre verso il finale subisce troppi rallentamenti a causa di scene troppo lunghe.

7 sconosciuti

L’intera pellicola è cosparsa di un’ironia feroce delineata da pregiudizi e una sottile vena di razzismo tipico degli anni ‘60 in clima di apartheid.
La scelta delle colonne sonore da quel quid in più alla pellicola, sottolineando ancora una volta quanto Goddard abbia dato personalità e uno stile particolare al film. Da sottolineare che il regista è solo al suo secondo film e le prospettive di vedere altri progetti interessanti in un prossimo futuro ci sono tutte.

Voto: 8

A cura di Shangai

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