Recensione di “A taxi driver”

 

Song Kang-ho emoziona con una performance che vale una carriera

A taxi driver

Era stato scelto per rappresentare la Corea del Sud agli Academy Awards 2018. Osannato da tutti. Finalmente anche noi, siamo riusciti a vedere il tanto chiacchierato A taxi driver (2017), film del regista sudcoreano Jang Hoon. La pellicola tratta l’oscura vicenda che ha macchinato la Corea del Sud, quando, nel 1980, la città di Gwangju fu il terreno di scontro tra studenti universitari ed esercito. Protagonista della pellicola è Kim, un tassista vedovo di Seoul ricoperto dai debiti e con una figlia a carico che, con uno stratagemma si incaricherà di trasportare fino a Gwangju Jürgen Hinzpeter, reporter tedesco, incaricato di documentare gli strani fatti che stanno accadendo dentro la città circondata dall’esercito.
La scrittura dei personaggi è vincente. Kim, interpretato dal sempre monumentale Song Kang-ho, è presentato come una persona molto tranquilla e spassosa, che prende la vita con allegria nonostante quest’ultima continui a ferirlo. Mentre Jürgen, portato in scena dal sempre bravo Thomas Kretschmann, è tutto l’opposto, duro nel relazionarsi e determinato nel portare a termine il suo compito. Con il passare del tempo, a causa di importanti accadimenti, i due formeranno una coppia formidabile, fatta di un mix di umorismo e sentimento, raro a vedersi nelle pellicole contemporanee.
Se per la prima mezz’ora si assiste a una sorta di commedia dove viene presentato il personaggio di Kim, nella parte centrale, la pellicola prende una piega molto più seria e scura, trasformandosi in una sorta di thriller, per andare a mostrare tutti gli orrori e le crudeltà, che sono accadute in quella brutta e dimenticabile parentesi di storia. La messa in scena è accuratissima, la Corea del Sud degli anni ’80 è riprodotta fedelmente in tutte le sue particolarità, mentre la regia accompagna i due protagonisti esaltandone i dialoghi e le loro emozioni.
Possiamo notare come anche il comparto tecnico subisca l’influenza del cambio di toni, infatti, la fotografia e la colonna sonora se per la prima parte del film esaltavano i momenti più goliardici, nella seconda, invece, rendono il tutto molto più triste e angosciante.

A taxi driver
La vera forza di questo film, è che riesce a divertire ma allo stesso a spaventare. Ed è tutta qui la bravura del regista, capace di mettere in scena un’opera che non scende a compressi, non strizzando l’occhio a buonismi inutili, ma che, al contrario è tanto distruttiva quanto salvifica. Unisce la popolazione, donando un sentimento di patriottismo buono e genuino, proprio come dovrebbero essere tutti i film di questo stampo. La pellicola non si risparmia neanche nei momenti più duri, andando a mostrare tutte le atrocità che l’essere umano è in grado di compiere, e i conseguenti danni collaterali che ne conseguono.
In conclusione, A taxi driver, risulta essere un film non esente da difetti, come alcune scelte di sceneggiatura un tantino forzate, ma che nel complesso fa il suo dovere alla grande, entrando sicuramente tra i migliori film della precedente annata. Dispiace che non sia riuscito ad ottenere una nomination come miglior film straniero, l’avrebbe sicuramente meritata.

Voto: 9

A cura di Kowalski

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