Sergio Leone e la trilogia del dollaro

Italians do it better

Sergio Leone

“Italians do it better” è la frase che meglio potrebbe descrivere la carriera di Sergio Leone. È importante capire come un regista italiano sia riuscito a ridare linfa vitale a un genere facendo la storia del cinema. Tra gli anni sessanta e settanta il regista romano si cimentò nei film western, in cui gli americani non hanno mai avuto rivali e che stavano spopolando grazie ai vari John Wayne,Charles Bronson, Henry Fonda, ecc.

Leone Riuscì a inserirsi in questo panorama e lo fece portando avanti la sua originale e precisa idea di cinema.

A proposito di Bronson e Fonda, c’è un episodio da tenere a mente. Quando Leone fu nel momento di scegliere il cast per la trilogia del dollaro, chiese a Hollywood, come attori di spicco per i suoi film proprio le due star americane, le quali gli furono negate per il prezzo troppo alto dell’ingaggio. Fu snobbato dagli studios di Los Angeles in quanto ancora sconosciuto. Si presentò al loro posto  un ancora verde Clint Eastwood, reduce solamente da una serie tv, seppur di successo,  chiamata Rawhide. Ciò che in quegli anni fece scalpore fu la notizia che si stavano girando film western – un genere estremamente legato agli Stati Uniti – in Italia, da un italiano. Il successo fu clamoroso tanto da differenziarsi dal classico western, dando vita al nostro “ spaghetti western”. Molti si sono interrogati su cosa abbia fatto Leone di diverso dai colleghi americani  per poter dare di nuovo linfa ad un genere in declino. Il primo aspetto riguarda la costruzione del protagonista ed è la presenza di alcuni tratti distintivi in tutta la trilogia come ad esempio la costante presenza del sigaro, la gestualità nell’accenderlo, l’utilizzo in tutti i film delle stesse vesti e dello stesso cappello, così come l’utilizzo della mano destra quasi esclusivamente per sparare (ecco perché verrà denominato” il monco”). Queste caratteristiche portano lo spettatore ad affezionarsi ai personaggi quasi più per questi dettagli che per l’azione in sé. Sul successo di Eastwood si è sempre detto molto, ma quel “ a Sergio” al termine di alcuni suoi film  nasconde la consapevolezza che sia stato il personaggio che gli fu costruito addosso, e non viceversa, a renderlo grande.

Quest’ultimo fu uno dei matrimoni artistici meglio riusciti nella storia del cinema e lo stesso Eastwood, in diverse interviste, ha detto che il suo successo è dovuto a Leone, il quale fu il primo a dargli fiducia e a concedergli un ruolo da protagonista, dando così il via a una carriera gloriosa.

Sergio Leone

Un’altra innovazione che è impossibile non notare è la differenza della costruzione del cattivo, che ha un’evoluzione significativa nel corso della trilogia: Per un pugno di dollari(1964); Per qualche dollaro in più(1965); Il buono, il brutto e il cattivo(1966). Nel primo episodio della trilogia, l’antagonista ( Gian Maria Volontè  non riesce a esprimere totalmente valori negativi, in quanto è totalmente privo di egoismo perché il fine per cui agisce è legato al benessere della famiglia più che al proprio. Discorso totalmente diverso, invece, nel secondo episodio, in cui sempre Gian Maria Volontè interpreta “ l’Indio”, un antagonista estremamente intelligente, privo di scrupoli, violento e fortemente instabile. La figura del cattivo per antonomasia però si ha ne “Il buono, il brutto e il cattivo” con un magistrale Lee Van Cleef nei panni del generale “ Sentenza”. Quest’ultimo riveste il ruolo di antagonista in maniera ben diversa rispetto all’Indio ed esalta nel suo personaggio una forte impronta militaresca e quindi lo troviamo più rigido e cinico nel conseguire i propri piani, dando un definitivo addio alle “sbandate” tipiche dell’Indio. In questa evoluzione continua, ciò che è costante e che giganteggia, a differenza dei film western americani, è un uso preponderante della violenza: tutti e tre i cattivi sono estremamente sanguinari, nonostante le loro diversità. Altrettanto inusuale è vedere che la lotta avviene esclusivamente tra americani e non vengono neanche lontanamente citate faide o battaglie con indiani, mandando a benedire ( a mio avviso finalmente) ogni briciola di patriottismo a stelle e strisce. Il fatto di avere degli antagonisti complessi e all’altezza del protagonista porta alla messa in scena di scontri al cardiopalma. Per descrivere questo punto partirei proprio da questo pensiero di Leone: ”Il cinema deve essere spettacolo, è questo che il pubblico vuole. E per me lo spettacolo più bello è quello del mito. Il cinema è mito”.  Questa citazione descrive precisamente l’epicità con cui gli scontri vengono raccontati. Si tratta di duelli costruiti con una tale maestria di regia da portare il campo di battaglia  davanti agli occhi degli spettatori attraverso elementi quali l’introduzione di primi piani sugli sguardi dei personaggi, paesaggi desertici, climax di suspance legate all’uso prolungato di pause e silenzi e la scelta di colonne sonore che sono passate alla storia (e per questo è giusto ringraziare Ennio Morricone). Molti registi si sono ispirati a Sergio Leone, ma su tutti spicca il nome di Tarantino. Quest’ultimo ha dichiarato più volte che il suo idolo è il regista romano e che ha deciso di seguire la carriera di regista dopo aver visto “ C’era una volta il west” ( primo episodio della trilogia del tempo). Come piccolo consiglio personale: riguardatevi i film di Tarantino dopo aver visto quelli di Leone e vi si aprirà un mondo.

        A Sergio.

A cura di Shangai

Per saperne di più:

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *