Recensione di “Dogman”

Matteo Garrone è tornato e lo ha fatto con violenza

Dogman

L’opera del talentuoso regista italiano è dura, angosciante e diversa da come ce la aspettavamo. Stiamo parlando di Dogman (2018), film presentato al Festival di Cannes e in concorso per la Palma d’oro, ispirato al famoso omicidio di Giancarlo Ricci per mano di Pietro De Negri nel lontano 1988 a Roma. Garrone prende spunto dal fatto di cronaca e ci costruisce una storia con nuovi personaggi.
Il nostro protagonista si chiama Marcello, un uomo calmo che possiede un locale di toilettatura per cani che per arrivare a fine mese spaccia cocaina agli abitanti del suo quartiere. La sua giornata si divide tra lavoro al negozio, momenti che passa insieme a sua figlia e svago con i suoi amici che lo amano per via della sua bontà. Però Marcello a causa dei suoi giri illegali ha iniziato a frequentarsi con Simone, un ladruncolo di zona che lo usa come autista per le rapine e gli chiede la droga, non pagandolo e violentandolo psicologicamente. La pazzia di questo delinquente trascinerà Marcello in una spirale di violenza e di guai che metterà a repentaglio la sua reputazione con il quartiere e con la sua famiglia.

Una storia dove non esiste speranza

Dogman
Dogman, come dicevo in precedenza, è un film crudo, che ti sbatte in faccia quanto possa essere dura la realtà nelle periferie malfamate delle grandi città. Garrone sceglie una location davvero azzeccatissima per mostrare il degrado, la tristezza e la povertà di quei luoghi. Sembra quasi che i personaggi siano bloccati in quelle zone e che non possano uscire: il loro destino non potrà cambiare. E questa è un po’ la storia di Marcello, un pover’uomo che cerca di racimolare qualche soldo per vivere meglio ma fallisce miseramente, rimanendo sempre bloccato e in difficoltà di fronte alla vita. È simbolica quanto eloquente la scelta del protagonista di aiutare Simone nella rapina ai danni del negozio adiacente al suo pur di ottenere i soldi per portare la figlia in vacanza alle Maldive, posto che nemmeno conosce. Decisione che ovviamente si rivelerà sbagliata e dannosa, infatti tutte le conseguenze negative ricadranno sulla sua vita, come se per i deboli non ci possa essere opportunità di salvezza in questo mondo.
L’interpretazione di Marcello Fonte è straordinaria: è riuscito nell’impresa di dare al suo personaggio quel senso di limitatezza e di paura verso il mondo che è raro a vedersi, ma che nel contempo ha reso Marcello un uomo buono, con della simpatia, al punto di far impietosire lo spettatore. Magnifica e indimenticabile la scena della cena del protagonista che mangia la pasta con il suo cane nello stesso piatto, uno dei rarissimi momenti divertenti che hanno lasciato al pubblico un attimo di respiro e di distacco dalla sofferenza di quel posto infernale. È stato fatto, inoltre, un lavoro fantastico con tutto il cast. È risultata vincente anche la scelta di Edoardo Pesce nel ruolo di Simone, personaggio caratterizzato alla perfezione, spregevole e odioso dal primo all’ultimo minuto. Garrone è l’autore di questo autentico gioiello. Grazie alla sua regia cruda e mai banale è riuscito a rendere la storia angosciante senza un attimo di respiro. La quasi totale assenza di musiche ha contribuito a risaltare le immagini che, aiutate anche da una fotografia mostruosa, mostrano una potenza fuori dal comune.
Un prodotto veramente riuscito. A testimonianza di ciò ricordiamo la calorosa accoglienza che ha avuto a Cannes, dove Marcello Fonte ha ricevuto il premio come miglior attore protagonista.
Matteo Garrone ha fatto di nuovo centro, tirando fuori dal cilindro un film che possiamo annoverare tra i migliori degli ultimi anni, a dimostrare che il cinema italiano si sta svegliando e sta dando segnali veramente importanti. Speriamo che l’industria del cinema in Italia non si lasci scappare questi talenti, perché per tornare grandi abbiamo bisogno di loro.

Kowalski

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