Storia di un matrimonio (2019) di Noah Baumbach: La Recensione

Storia di un matrimonio – Attraverso lo specchio

 

Sotria di un matrimonio

Nessuno vuole sentirsi dire che c’è del marcio in Danimarca. Il teatro come forma d’arte fisica conosce il peso della rappresentazione e ciò che questa comporta. Lo sa anche Noah Baumbach, che a quattordici anni da Il Calamaro e la Balena si cimenta nuovamente con le conseguenze del divorzio.
L’inizio della storia è anche la sua fine, perché le difficoltà nascono quando la cronaca del matrimonio cede il posto alla narrazione. Le lettere che Charlie, regista teatrale, e Nicole, primattrice della sua compagnia, sono tenuti a scriversi, elencando pregi e difetti l’uno dell’altro, ci dicono che la trasformazione è già avvenuta: il cambiamento si è consumato e il matrimonio è diventato un serbatoio di ricordi in cui ancora resiste una flebile voce del tempo condiviso. Ma è la guerra ingaggiata per la custodia legale del figlio, vissuta in un rancoroso silenzio, a sottolineare il residuo comunicativo.

La coppia ha smesso di giocare, e, come a teatro, quando si smette di giocare, ciò che è finto diventa falso. Allora i trucchi del passato non funzionano più, e un coltello usato come portachiavi rischia di farti morire dissanguato. Il conflitto tra il teatro come luogo di elezione della finzione e il tribunale come luogo reale della falsità esplode nel ruolo sociale che i protagonisti interpretano davanti alla Legge – madre e moglie, padre e marito – , trasformando il divorzio in una performance delle proprie debolezze.

Per Baumbach, il divorzio è una metafora della ricerca di un proprio spazio, un’ottima occasione per indagare ciò che sta tra la vita e cosa facciamo di essa. La vicenda, che fa eco a Kramer contro Kramer, scava nella crisi del matrimonio, nel disfacimento della coppia come identità quando arriva il momento in cui non ci si riconosce più, quando il matrimonio diventa una forma di agnosia.

Storia di un matrimonio

La narrazione viaggia da una costa all’altra degli Stati Uniti. Da una città i cui marciapiedi brulicano di vita a un’altra ricca di spazi da conquistare, ma costruita per essere vissuta al volante di un’automobile. E quando gli spazi emotivi si restringono, non resta che cercarne di nuovi, più ampi. Dalla verticalità di New York ai lunghi piani orizzontali di Los Angeles, primi e primissimi piani si alternano a larghe inquadrature che aumentano il divario fisico ed emotivo tra Charlie e Nicole.

L’immagine si stringe sui protagonisti e, alternando pieni e vuoti, ne indaga la forma, la complicità e il conflitto che si innesca quando la fine di una storia rischia di distruggere il sentimento che quella stessa storia ha maturato. I personaggi invadono l’immagine, ma quando l’inquadratura si distende, ci ritroviamo in grovigli di solitudine fatti di tristi camere d’albergo e case arredate con la meccanicità di un set cinematografico.

Come in una tragedia, con un abile dosaggio di dramma e commedia, il corso degli eventi sembra inesorabile. Un’impotenza granitica si impadronisce dei protagonisti, i corpi diventano pesanti, e la volontà di evitare dolorose conseguenze si ritrova impigliata tra i banchi di un tribunale. Il finale, di delicato splendore, con una rapida incursione nel musical restituirà dignità ai sentimenti di Charlie e Nicole. La performance non è ancora finita, però adesso le emozioni sono vere e libere di essere espresse. Ma cosa rimane di quel noi, se è vero che di tutto resta un poco? A Marriage Story, come l’acqua di rubinetto non filtrata che Charlie offre ai suoi ospiti californiani, più che un’elegia funebre dell’amore coniugale è un grande inno all’amore perpetuo, fatto di imprevisti e contraddizioni. L’amore che resiste nel tempo, tra le righe di una lettera trovata in un cassetto, o in un gesto semplice come riannodare una scarpa slacciata.

 

A cura di Manuel Toso

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