C’era una volta a Hollywood (2019) di Quentin Tarantino: La Recensione

C’era una volta a Hollywood – La Trama

C'era una volta a Hollywood

Los Angeles, 1969. Rick Dalton, ex stella della televisione in declino, sta riflettendo sul suo futuro e valutando l’ipotesi di allontanarsi da Hollywood per andare a girare dei Western in Italia. Dalton non si separa mai dal suo “buddy” Cliff Booth, uno stuntman tutto pepe che, formalmente suo autista e controfigura, in realtà svolge la mansione di “risolutore di problemi”.
I due decideranno temporaneamente di restare in città quando scopriranno che i nuovi vicini di Rick sono nulla di meno che Sharon Tate e Roman Polanski.
Ed è così che accompagneremo l’attore nel suo tentativo di “rivalsa” su Hollywood.
Ovviamente fallirà.
Le sue continue cadute, di stile e non, se pure ammorbidite dalla presenza di Cliff, porteranno l’attore ad accettare di intraprendere italiana, nella quale ovviamente l’amico lo seguirà.
I due torneranno nella “City” sei mesi dopo, dove li attende la notte più folle del 1969.
Qualcuno è seriamente in pericolo…

C’era una volta a Hollywood – L’amore oltre ogni logica

C'era una volta a Hollywood

“Chi non può ragionare è un pazzo. Chi non vuole è un bigotto. Chi non si interessa è uno schiavo.” Andrew Carnegie

Nell’economia di un film la trama, l’intreccio narrativo e lo sviluppo dei personaggi giocano, solitamente, una parte fondamentale per la riuscita del prodotto.
E se vi dicessi che in questo film la trama è inconsistente, che l’intreccio narrativo è incoerente e che i personaggi non conoscono uno sviluppo durante le vicende, cosa mi direste? Che è un film del cazzo.
Ma non è un film del cazzo, ve lo assicuro.
Le logiche narrative non sono imperfette per l’incapacità dell’autore e dobbiamo darlo per scontato. Stiamo parlando di Tarantino e non di quel pazzo di Tommy Wiseu e del suo “The Room” .

Quentin è un bigotto? Forse, ma più che altro è uno schiavo. Devoto alla sua stessa passione per il cinema e per la Hollywood di fine anni 60, il regista si disinteressa di ragionare eccessivamente sulla coerenza degli elementi narrativi perché per lui non è importante dare al pubblico una “bella storia”, ma avere degli espedienti per mostrare tutta la sua estetica, i suoi feticismi, ma soprattutto il suo grande gusto per il cinema. Egocentrico? Sicuramente. Ma lui può permetterselo e la sua maestria con la macchina da presa unita al suo genio nella scrittura trasformano “il piombo in oro” come farebbe il migliore degli alchimisti.

Quentin ci regala due ore e quaranta di libidine per gli occhi e una miriade di sequenze in cui ci viene da dire “cazzo, è un genio!”. Il film è una “Monnalisa” cinematografica dipinta da bendato, un’immensa dimostrazione di genio e superbia, un ‘opera che più ammiriamo, più ci lascia intendere che sarebbe potuta essere ancora meglio. Di Caprio? Impeccabile. Brad Pitt? Tra le sue migliori performance. Margot Robbie? È figa e Quentin sceglie lei perché gli serviva solo questo. Sorprese? Margaret Qualley.
Charles Manson?

Lo vedrete, ma non come pensate….

Voto: 8.75

A cura di Don_Malakas

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