Locke (2013) di Steven Knight: La Recensione

Locke: Perdere tutto e trovare se stessi

Locke. Un titolo tanto ermetico, sia per il suo significato, che ci riporta all’idea di chiusura, sia per la sua struttura molto succinta, quanto è ermetico il film che porta questo nome.
Ciò a cui assistiamo è infatti l’odissea contemporanea di un singolo personaggio, Ivan Locke, interpretato da un Tom Hardy in stato di grazia, che si conferma uno dei migliori attori della sua generazione.

Locke

La trama è semplice: un uomo sale in macchina per un viaggio che lo porta verso Londra, e nel corso di questo breve tragitto la sua vita cambia per sempre.
Alla guida della sua BMW Locke percorre l’autostrada per quasi un’ora e mezza, esattamente la stessa durata del film, che si svolge in tempo reale.
Nell’arco di questo viaggio Locke fa una lunga serie di telefonate a persone diverse: sua moglie, i suoi figli, la donna semi-sconosciuta che sta per dare alla luce suo figlio, il suo capo, un suo collega…

L’aspetto sorprendente è che questi personaggi secondari, straordinariamente delineati e caratterizzati, non appaiono mai sulla scena, ma esistono soltanto nella misura in cui si fanno interlocutori del protagonista; sono voci senza volto che, più che raccontare la propria storia, raccontano, attraverso i dialoghi, la storia di Locke, che a poco a poco viene a galla.
La dimensione estremamente intimistica di questo racconto fa emergere un ritratto perfetto della psiche di un uomo imperfetto, un uomo che ha commesso uno sbaglio, ma che decide di affrontarlo e di fare penitenza.

Locke infatti, in poco meno di due ore, perde tutto: sua moglie, il suo lavoro, il rapporto con la sua famiglia… perde tutto, ma ritrova se stesso; si riscopre uomo di sani principi, che è disposto a rischiare di privarsi di tutto ciò che ha di più prezioso a costo di fare “la cosa giusta”.
È così che Locke si assume le sue responsabilità e subisce una brusca crescita; mette in dubbio le sue priorità e i suoi sentimenti, ma avendo sempre cura che ciò che lascia alle sue spalle non risenta della sua drastica scelta.

Locke

Ed è così che ci troviamo inconsciamente a parteggiare per questo uomo di cui non sappiamo niente, di cui riusciamo a carpire a mala pena quel tanto che basta a farci avere un quadro generale della sua esistenza apparentemente molto semplice, ma che in realtà è specchio di una complessità emotiva tale da spingerlo a dare una svolta alla sua tranquilla realtà quotidiana.

Il risvolto più interessante di questo piccolo e così ben elaborato gioiello del cinema britannico, è che ciascuno di noi si può in qualche modo ritrovare nel personaggio di Locke, o per lo meno in una delle tante sfaccettature della sua complessa personalità che ci vengono mostrate quando parla con le sue diverse controparti: il marito che cerca di scusarsi e giustificarsi, il padre amorevole, il lavoratore onesto e attento, il collega severo, l’amico fidato, lo sconosciuto premuroso…

Tutti gli aspetti che caratterizzano il protagonista di questa storia sono il codice genetico della natura umana; ogni suo atteggiamento, ogni sua scelta e ogni sua reazione sono riconducibili a uno schema di comportamenti tipici della nostra specie, ed è per questo che Locke, soggetto di primo acchito anonimo e comune, si rivela in realtà la rappresentazione di tutti noi spettatori che lo osserviamo, lo giudichiamo, lo compatiamo e che troviamo in lui un pezzettino di noi stessi.

A cura di Vittoria Albesiano

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