Rocketman (2019) di Dexter Fletcher: La Recensione

Rocketman: In un universo che è già composto di note serve più cuore per dipingere l’animo schivo ma grandioso di un Uomo Razzo.

Rocketman

Nella stagione cinematografica dei live action e dei biopic, per stupire uno spettatore attento raccontando l’ennesima storia che già conosce quantomeno nelle sue linee generali, occorrerebbe un guizzo geniale. E da una pellicola autobiografica e autoprodotta – al netto dell’ovvia componente agiografica – si poteva anche pretendere. Eppure è mancato.
Inevitabile accostarlo a Bohemian Rhapsody, dato che era stato lo stesso Fletcher a prenderne le redini dopo il licenziamento di Brian Singer.
Questa volta il tentativo è di contraddistinguersi innovando il registro narrativo, che strizza di più l’occhio al fantasy e al musical che ad una semplice biografia.
L’intera sceneggiatura – pur sviluppandosi nei decenni che vanno dall’infanzia al successo mondiale di metà anni settanta – è in realtà una serie di flashback, a volte anche collegati tra loro da espedienti di montaggio non sempre riuscitissimi, rievocati durante un incontro tra vittime di dipendenze.
Se ne vedono talmente tante di queste riunioni di sostegno circolari nelle produzioni a stelle e strisce del grande e piccolo schermo, che ogni altro scenario narrativo sarebbe risultato più creativo.
Vengono, così, tratteggiati l’infanzia priva di affetto, la formazione musicale classica ed il talento unico del piccolo Reginald Dwight al piano, gli anni di gavetta in piccole band come i Bluesology, l’incontro col paroliere Bernie Taupin (con cui darà vita ad uno dei sodalizi più longevi e prolifici della produzione musicale britannica) e il raggiungimento dell’apprezzamento a livello globale.
Sullo sfondo sempre la lotta contro droga e alcol, le conseguenze delle forti carenze affettive e della mai facile accettazione delle proprie inclinazioni sessuali e quindi un senso di profonda solitudine che rendono agli occhi del pubblico questa immensa icona del rock mondiale decisamente umana ed indifesa, una vera “Victim of Love”.

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Ed in questa indagine interiore, i brani scelti e sapientemente ricollocati temporalmente in momenti dello sviluppo del racconto che ne rendono il testo funzionale alla narrazione introspettiva, risultano azzeccati e l’interpretazione canora qualitativamente molto buona di Egerton fa del film un prodotto soddisfacente a livello musicale.
Si percepisce, però, che c’è stato un alleggerimento complessivamente importante: si trattava in origine di un minutaggio totale di oltre mezz’ora in più; la riduzione ha portato via incontri fondamentali e sfaccettature interessanti dell’uomo Regy e del personaggio Elton.
L’impressione, tuttavia, è che quel senso di superficialità – nonostante l’ottimo lavoro interpretativo svolto dal seppur acerbo Egerton – che si percepisce, non sarebbe stato colmato, anzi forse acuito da una durata maggiore; perché ciò che manca è la potenza dell’ossimoro Elton John: un piccolo, timido, uomo dal buffo aspetto che attraverso la musica esprime il suo vero io di icona glam eccentrica, caleidoscopica e gradevolmente chiassosa.
La pellicola, pur curata sotto molti aspetti, purtroppo sembra imbrigliare invece di far deflagrare quella potenza.
Con 88 tasti, 52 neri e 33 bianchi, si compone una tastiera, ma serve il cuore del meccanismo per ottenere un pianoforte; così come con i mille abiti, colori, lustrini e scintillii del film ci mostrano Elton John, ma avremmo voluto vedere la vera esplosione dell’artista dietro quel piano, per trovare l’animo del vero Captain Fantastic Reginald Dwight.

Voto: 7+

Brunella

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