Il professore e il pazzo (2019) di Farhad Safinia: La Recensione

Il professore e il pazzo

Il mondo si capovolge di continuo. Panta Rei, tutto scorre: e se crolla una guglia a Notre dame, Parigi è ancora Parigi? E se il finale di Game Of Thrones non ci piace, è ancora una bella serie? E se un pazzo decide di entrare in una moschea e fare fuori tutti in nome di una vendetta sconsacrata, il mondo sopravvive?
Panta rei, tutto scorre, tutto: anche la lingua. E così il senso di sgomento, la gioia e lo spavento si esprimono a parole, quelle parole che un giorno qualcuno ha deciso dovevano racchiudersi all’interno di tomi dal dorso rigido e spesso di colore scuro, al cui interno si sfogliano migliaia e migliaia di pagine dalla sottilissima filigrana.

Chi crea i dizionari? Chi ha la passione e la pazienza di andare a ripescare fino alla più piccola delle proposizioni, chi è che parte da una parola e finisce per raccontare una storia intera?

Uno studioso della lingua, certo, ma non solo. Uno studioso appassionato della vita umana.

Della nascita di un dizionario tratta il film Il professore e il pazzo diretto da Farhad Safinia.
James Murray, interpretato da Mel Gibson, è il linguista autodidatta; il dottor Minor, Sean Penn, è il visionario a cui la guerra ha tolto la ragione.
Insieme questi due personaggi danno inizio alla stesura dell’Oxford English Dictionary: ovvero, della ciclopica e, a tratti utopica, missione di racchiudere ciò che di più mutevole esiste, la lingua, in un testo immobile, il dizionario.

Il professore e il pazzo

La sceneggiatura non è delle più coinvolgenti, perché a parlare è la realtà di una storia vera e tangibile sullo schermo; perché Sean Penn è magnifico anche con un camicione da notte mentre è sdraiato sulle assi di legno del pavimento del manicomio. Perché la poesia è nei sorrisi nascosti di Elizabeth Bennet, la determinata moglie del professore Murray; o in una donna di fine Ottocento che impara a leggere e a scrivere: Natalie Dormer. Questa donna è la protagonista della storia nella storia: la Dormer, infatti, impersona la vedova dell’operaio che W.C. Minor uccise dopo averlo scambiato per un nemico della Guerra Civile Americana. Sarà lei stessa a perdonare “il pazzo” accorgendosi per prima, insieme a Mancy, guardia e infermiere del manicomio, che il dottore è un uomo distrutto dall’orrore del passato, ma ancora vivo per l’amore dell’arte che ha conosciuto.

Dure prove attendono entrambi. Da un lato il rigido mondo accademico è spaventato dalla ventata di novità che il nuovo secolo porta con sé; dall’altra gli effetti della schizofrenia rendono spaventoso un uomo dalla cultura così straordinaria da ispirare l’ultima parte del saggio di Simon Winchester, L’assassino più colto del mondo.

Il risultato è un film denso, con molti meno dialoghi di quanto ci si aspetti, forse anche un po’ troppo pochi, ma leale.
Leale come lo studioso di lettere lo è nei confronti della sua materia: la parola.

A cura di Valentina Sconti

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