Cafarnao (2018) di Nadine Labaki: La Recensione

Cafarnao: Cinema del cambiamento: il nuovo film di Nadine Labaki

Cafarnao

Disordine. Questa è la corretta traduzione della parola francese Capharnaüm, titolo originale dell’ultimo film della regista libanese Nadine Labaki.

Presentato allo scorso Festival di Cannes, dove si è aggiudicato il premio della giuria, il film ha riscontrato un buon successo tra le maggiori manifestazioni cinematografiche, ottenendo persino la candidatura agli Oscar 2019 per il miglior film in lingua straniera. Sebbene marchiato sin da subito come un film infamante e moralista, non si può non riconoscere che Cafarnao, al di là della storia, restituisce un affresco sincero ed oggettivo di un ambiente diverso, una ignota città mediorientale descritta alla perfezione fra pericoli di ogni sorta, caos e miracoli; un inferno in cui il protagonista prova disperatamente a sopravvivere.

L’anima del film è infatti il suo protagonista, Zain, un bambino che presumibilmente ha dodici anni (questa incertezza è data dalla negligenza dei genitori del ragazzo che, essendo clandestini, non hanno provveduto a registrarlo all’anagrafe) e affranca la giornata lavorando per il padrone di casa Assad. Zain ha un rapporto confidenziale ed affabile con la sorella Sahar, di appena 11 anni, tanto che quando lei viene venduta come sposa dai genitori ad Assad, che scopriamo intanto essere un uomo crudele e viscido, Zain fugge e si ribella a quella realtà che poco ha a che vedere con una normale famiglia. Da qui in avanti inizierà la sua avventura, la sua personale sfida alla sopravvivenza ostacolata dallo sconcertante cinismo e disinteresse degli adulti. Un’avventura in un posto difficile dove regnano tutti gli orrori del mondo: dalla prostituzione alla tossicodipendenza, dall’immigrazione clandestina alle vendite di neonati.

Cafarnao

La regia della Labaki indaga in questo ambiente caotico con dinamismo e vivacità, segue costantemente lo sguardo del protagonista ed è per questo difficile non empatizzare con le sue paure e con la sua inesauribile voglia di vivere. La regista si affida ad una mobilissima camera a mano che si fa portatrice di un idealistico ritorno al neorealismo (dagli Sciuscià di De Sica all’Antoine Doinel di Truffaut), se pur riuscendoci solo in parte. Interessanti anche le scelte di ripresa dall’alto che vanno a rimarcare ancora una volta quanto il ragazzo sia completamente smarrito e solo in una città enorme e maledetta.
Notevole anche la scelta di sceneggiatura di aprire il film con una situazione tanto paradossale quanto potente: il processo intrapreso dal protagonista contro i genitori per averlo messo al mondo. Una scena divenuta subito virale che è sia punto di partenza sia punto di arrivo di Capharnaüm. Ciò che non convince, in una sceneggiatura comunque apprezzabile nel suo complesso, è il grado di giudizio e di maturità di Zain, che emerge dal suo modo di parlare molto più simile a quello di un adulto che a quello di un ragazzino di dodici anni.

“Sono convinta che i film possano se non cambiare le cose, quanto meno avviare un dibattito o invitare alla riflessione.”

Al netto di questa frase della Labaki trovo difficile, in merito alle critiche negative mosse contro le sue intenzioni, definire il film come una mera e semplice estetizzazione del dolore, piuttosto credo che sia doveroso contestualizzarlo nell’ambito di quelle pellicole che vogliono invitare al cambiamento. In quest’ottica Cafarnao riesce ad imporsi come un film importante, merito di una regia capace di dirigere al meglio attori non professionisti, frutto di un lungo lavoro di ricerca durato all’incirca tre anni e che ha prodotto più di 520 ore di materiale.

Una pellicola intelligente, filtrata nel giusto modo dallo sguardo attento ma rispettoso della Labaki. Cafarnao è sicuramente un film nei confronti del quale non si può restare indifferenti.

Voto: 7.5

A cura di Luca Persia

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