Labyrinth (1986) di Jim Henson: La Recensione

Labyrinth – Dove tutto è possibile:

Un film, un album, un fantasy, un viaggio che racconta l’abbandono (mai completo) della spensieratezza adolescenziale.

Labyrinth

Se Labyrinth fosse un animale, sarebbe un Chenanisauro, un potente T-Rex dalle dimensioni ridotte, l’ultimo dinosauro vissuto sulla Terra; Labyrinth è un piccolo capolavoro, appena 100 minuti, obsoleti ormai, ma portentosi.
È una pellicola che resiste quasi solo nella memoria dei nostalgici cinefili bowieani e del fantasy, eppure un cult; un film che oggi non potrebbe più essere realizzato, già al limite dell’essere fuori dal tempo al momento della lavorazione.

È stato uno degli ultimi lungometraggi in cui gli effetti speciali sono stati affidati alla meccanica, alle lavorazioni manuali degli animatronics, in un’epoca in cui si cominciavano a digitalizzare le scene con la CGI. Progetto ambiziosissimo per le tecniche disponibili e realizzato con cura, ne pagò economicamente le conseguenze incassando al botteghino appena la metà dei 25 milioni di dollari spesi per metterlo a punto, per poi – però – restare eternamente prezioso nella memoria degli amanti del genere.
Labyrinth è una specie estinta, che svanendo si porta via i personaggi fantastici di grandi dimensioni (come Bubo) incarnati da due attori a cavalcioni uno sull’altro e quelli mignon (come Gogol) animati da nani in carne e ossa; che sulle note di Underground ci accompagna fuori – anche musicalmente – dai pacchiani anni 80, ma che ci lascia in eredità un Bowie meno dannato e travagliato, più quieto e pacato, seppur inguaribilmente misterioso e multiforme.

Che getta le basi per una carriera da Oscar: quella della Connelly (già notata da Leone e Argento), qui alla prima esperienza da protagonista e che poi si aggiudicherà la statuetta come attrice non protagonista in A Beautiful Mind nel 2002, passando per pellicole di livello come Pollock e soprattutto Requiem for a Dream.
Interpreta qui Sarah, una ragazza che, a causa del pessimo rapporto con la matrigna, mal sopporta di dover badare al piccolo fratellastro e sogna che egli venga rapito da creature mostruose, finchè un bel giorno tutto ciò non avviene.

Labyrinth

Il piccolo Toby diviene prigioniero del labirinto di Jareth/Bowie, il re dei Goblin, che sovvertendo le regole del tempo, le mette a disposizione i minuti scanditi da un orologio composto da 13 ore per superare le peripezie di quel regno insidioso, machiavellico e stregato e salvare il bimbo.
Prodotto da un certo George Lucas, diretto dal papà dei Muppets Jim Henson, sceneggiato con l’ironia intelligente di Trevor Jones dei Monty Python, musicato e interpretato da Bowie, è una pellicola resa culto da quel suo saper essere ad un tempo bambinesca e morbosa, giocosa e oscura, meravigliosamente indecifrabile, come il complesso rapporto tra Jareth e Sarah, che – seppur tenuamente tratteggiato in poche scene – rappresenta un unicum di magica tensione emotiva.

Lui la sfida e si dimostra crudele e scorretto, ma ne è anche irresistibilmente e sinceramente infatuato; lei lo invoca e poi lo teme, ma ne è affascinata e in qualche modo eroticamente attratta.. rapita da lui, da quella figura che ha tutto tranne le caratteristiche della adolescenziale cotta da tempo delle mele; è una figura incredibilmente complessa e particolare dal fascino gotico e androgino, ma romantico e sensuale.. come solo Bowie sa essere.
Tutto è possibile, in quel labirinto che è magia senza tempo, “it’s only forever, not long at all” canta e canterà in eterno Jareth ai nostri animi cupi ma ingenui di inguaribili adolescenti di tutte le età.

Voto: 8.5

A cura di  Brunella

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