La casa di Jack (2019) di Lars Von Trier: La Recensione

La casa di Jack

Quel buon vecchio psicopatico di Lars Von Trier torna sulla piazza con un capolavoro assoluto: La casa di Jack, un film che racconta la storia di un serial killer con tendenze artistiche e filosofiche e un disturbo ossessivo-compulsivo per la pulizia.

L’opera vede come protagonista un Matt Dillon più in forma che mai a cui viene affibbiato il peso di dover sembrare un po’ matto, ma anche un po’ no, ma comunque instabile, ma anche con una sua logica, ma che alla fine non è troppo razionale, ma che forse se ci pensi…. Etc. Etc. Etc.

La storia si snoda lungo i 12 anni in cui Jack commette i delitti nello stato di Washington.

Von Trier decide di mettere in scena solo 5 omicidi. Quelli che hanno avuto più rilevanza nella crescita personale del killer e nell’avvicinarsi (forse) al suo intento: rendere l’omicidio un’opera d’arte.

Apro una breve parentesi di due curiosità che spiegano bene il mood della pellicola e del regista:

1. Lars Von Trier l’ha definito il film più brutale che abbia mai fatto, dichiarando poi di aver seguito l’idea che la vita sia malvagia e senz’anima. Una postilla: dice di essersi ispirato a Donald Trump. Sinceramente non so per cosa.
2. Nel 2011 Von Trier fu cacciato dal festival di Cannes per dichiarazioni filo-naziste, vittime di un palese fraintendimento di un pubblico perbenista che si è limitato a galleggiare sullo strato superficiale del suo discorso. Ma lui cosa fa ne La casa di Jackl, il film con cui lo riammettono a Cannes? Tira una bella frecciatina e rincara la dose, aggiungendo al sugo altri nomi di levatura pari a Hitler, tipo Mussolini.

La casa di Jack parla principalmente di arte, offrendo un punto di vista insolito sul mondo e partendo da un presupposto profondamente pessimista, cioè che il male sia una presenza insita nel mondo e che la faccia da padrone.

Questo sottofondo, però, si articola in varie declinazioni, che voglio trattare in breve e singolarmente.

• Il valore dell’omicidio.

Nell’arduo intento di scardinare il più grande tabù di questo pianeta (l’omicidio), Lars Von Trier costruisce un’impalcatura formale che non tralascia il minimo dettaglio sull’atto. Ogni più piccolo particolare di crudeltà e ossessione viene messo in scena in tempo reale. Se Jack ci mette 5 minuti a uccidere una donna, la scena durerà 5 minuti.

E se il riferimento dantesco si insinua lungo tutta la pellicola, fino a trovare esplicitazione nel finale, allora non posso evitare di pensare a Von Trier come a Dante di fronte a Paolo e Francesca nel quinto canto dell’inferno.

Dove i due accettano di parlare con lui “Poi c’hai pietà del nostro mal perverso”.

Un male dato per scontato a priori, ma che trova un giudizio solo ed esclusivamente nell’atavismo.

Un male che passa dalla lussuria alla brutale efferatezza del furto di una vita.
Un male che a prescindere dal movente e dalla volontà, prova a dirci La casa di Jack, non è realmente così disumano quanto siamo abituati a pensare.

Piuttosto, ribadisce il regista, è la più vera espressione dell’uomo. Perché altro non siamo che male generato dal male e atto a perpretarne.

E allora – parlando senza peli sulla lingua- chi è lo stronzo? Chi uccide o chi non capisce che uccidere è la sublimazione di sé stessi?

Ma ancora peggio, apparentemente, che dire di chi non ne coglie l’arte e lo spirito sturmisch?

Passiamo oltre.

La casa di Jack

• La morale e le icone.

Nichilista fino al midollo, La casa di Jack ruota intorno al presupposto nietzscheano che la morale sia solo un’invenzione del popolo per tenere a bada le poche menti geniali.

E allora da cosa parte Von Trier per spiegarci il suo pensiero? Dalle icone.
Ossia da quelle immagini che storicamente, per chiunque, raccontano un intero mondo senza parole.

Come Michael Jackson è icona della musica e della danza.
Come Marilyn Monroe è icona della bellezza.
Come il piatto di pasta al sugo è icona del pranzo all’italiana.
Come una freccia è icona dell’indicare una direzione.

Ma allora, si chiede il regista, perché dobbiamo nasconderci dietro a un dito e fare finta che Adolf Hitler non sia un’icona. Così come un genocidio, una massa di cadaveri o un bambino morto.

Effettivamente una risposta razionale non c’è.

E così si torna allo stesso punto.

Smettiamola di fingere di non sapere che siamo bestie brutali e ferine che si trastullano nella cortesia e nel candore per poi calare la maschera solo in solitudine.

Smettiamola di ossequiare il disumano e di demonizzare quello che, in realtà, più ci appartiene.

L’arte, ci vuole dire, è la più alta forma di espressione che abbiamo. E “Le vecchie cattedrali contengono spesso opere d’arte sublimi nascoste negli angoli più bui, dove solo Dio può vederle.”

La casa di Jack

• Un’eterna lotta.

Se già più di 2000 anni fa Eraclito diceva che Pòlemos (=guerra, conflitto, scontro) è padre di tutte le cose, allora non possiamo certo far finta che gli opposti non si attraggano e che ogni cosa possa esistere senza il proprio opposto.

Così La casa di Jack riporta in primo piano l’eterna lotta tra le due forze che governano l’uomo: Apollineo e Dionisiaco.

➢ Con spirito Apollineo intendiamo il tentativo dell’uomo di interpretare la realtà secondo schemi e razionalità non ammettendo quel caos che è espressione della vita nella sua dinamicità. Lo spirito Dionisiaco è il suo perfetto opposto.

Distinzione che origina dalla tragedia greca e che trova seguito ne La Divina Commedia e poi nel pensiero di grandi filosofi quali Nietzsche e Freud.

Qui Von Trier vuole tirare le somme di tutte le questioni che ha aperto, con un finale che ti spezza dapprima il fiato e poi il cervello.

E tutte quelle domande ispide che si sono insinuate nella testa dello spettatore ricevono un’apparente risposta.

• Quindi è giusto uccidere?
• Cos’è Male e cos’è Bene?
• A cosa serve l’arte?
• C’è una reale differenza tra giusto e sbagliato?
• …e così mille altre…

La risposta è tanto semplice quanto difficile da accettare.

Ogni cosa è una faccia della medaglia che deve vedersela con il suo opposto.

Non c’è una redenzione senza un peccato e non c’è un dolore senza un piacere.

Così La casa di Jack si conclude, tornando sul fulcro di tutto il discorso: l’uomo.

L’uomo che è anima e corpo, che sono rispettivamente la somma ragione e il più ferino istinto, la giustezza e il pericolo, il sapere e il provare.

Inferno e paradiso. Come due viaggi che hai ancestralmente già fatto e che sei destinato a ripercorrere. Senza poterti sottrarre da alcuna tappa.

La casa di Jack

Concludo.

La casa di Jack di Lars Von Trier è un capolavoro senza uguali e non guardarlo è il gesto meschino e omertoso di chi non vuole accettare la realtà in ogni sua sfaccettatura.

Non è mai tardi per imparare.

Ma ancora di più…

Non è mai tardi per essere sinceri con sé stessi.

A cura di Solzimer.

Voto: è un problema se do 10? 😉

A cura di Solzimer

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