Il cinema ha perso la fantasia?

Il cinema ha perso la fantasia?

 

Gli Oscar

Fantasia

La notte degli oscar si sta avvicinando (24 febbraio) e poche settimane fa sono state annunciate tutte le candidature.

Ecco, se ti aspetti un articolo che segua la wave riottosa che stanno avendo i social, sei nel posto sbagliato.
Non sono qui per dirti che Black Panther non meritasse la candidatura né che First Man avrebbe meritato un posto tra i grandi 8 che concorrono alla statuetta per il miglior film.

In ogni caso, non mi interessa fare polemica (e fidati che ne avrei da fare!) quanto piuttosto aprire un attimo un discorsetto al mondo del cinema che parte da una considerazione:

Tra i film candidati all’Oscar….

Nessuno è un puro lavoro di fantasia.

Per capirci:

1. A star is born: è il terzo remake di È nata una stella del 1937. Serve dire altro?

2. Green book: sai qual è la prima cosa che vedi sullo schermo quando inizi questo film? Te lo dico io: la scritta “Tratto da una storia vera”.

3. Bohemian Rhapsody: beh, se non sapevi che i Queen e Freddie Mercury sono esistiti veramente dovresti farti due domande.

4. Vice: un film che racconta la storia dell’ascesa al potere di Dick Cheney, un nome che magari non ti dirà nulla, ma che fu vicepresidente degli USA per Bush.

5. BlacKkKlansman: adattamento cinematografico dell’omonimo libro che racconta una storia vera.

6. Black Panther: una vicenda presa dalle varie saghe a fumetti della Marvel.

7. La favorita: qua andiamo già verso un briciolo di inventiva in più e la storia di fatto non è reale, se non fosse che si parla di un film dove le vicende politiche del tempo pesano come una cisterna di piombo.

8. Roma: anche qui la storia in sé non è tratta da qualcosa di reale ed è sicuramente, tra i candidati agli Oscar, il film che si avvicina maggiormente al lavoro di fantasia. Il fatto, però, è che lo sfondo della vicenda ha una rilevanza non indifferente e, se da una parte c’è l’intento di raccontare un dramma personale, dall’altra c’è quello di smuovere una certa critica sociale. Ergo: la (poca) fantasia presente diventa un pretesto per argomentare la realtà.

Ma non saltiamo a conclusioni. Anzi, ti dico già che non è mia intenzione arrivare a una vera e propria risposta. Piuttosto voglio creare un argomento, aggiungerti un “perché?” nella testa.

Andrò avanti a ipotesi.
Ti proporrò il mio ragionamento.
Ma nulla di quello che dirò sarà giusto in senso assoluto.
Il tuo parere potrebbe benissimo essere più valido e assodato del mio.

Proseguiamo…

Cosa può portare a far sì che tutti, e dico TUTTI, i film candidati all’Oscar per miglior film non siano un lavoro di pura creazione e fantasia?

Scusatemi i termini, ma… dove cazzo sono finiti i Pulp Fiction, gli American Beauty e i Birdman?

 

È sempre stato così?

La prima cosa che mi è venuta da pensare è che, in qualche modo, la fantasia si stia esaurendo. Eppure, per antonomasia, è la risorsa infinita. La mente non ha limiti e la biblioteca di Babele dei pensieri propone infinite combinazioni.

Il fatto è che questa è tutta teoria, ma nella realtà ogni uomo è limitato dal mondo che lo circonda, dall’istruzione, dal contesto politico e altre centinaia di migliaia di elementi e incognite.
Ancora di più, volendo, quando la persona in questione è un regista affermato che deve fare riferimento alle case di produzione, alle disponibilità economiche, ai propri desideri e, più di tutto, alle richieste del mercato e del pubblico.

Ma tutto questo è sempre esistito. Leonardo da Vinci dipingeva su commissione, Charles Bukowski scriveva per denaro e i Beatles facevano musica per le etichette.

D’altro canto Van Gogh è morto poverissimo e Guido Morselli si è suicidato senza che nemmeno un suo libro fosse mai stato pubblicato.

Ma i registi e gli sceneggiatori di cui stiamo parlando noi sono già famosi!
Se domani spunta che Cicì Cocò che è morto ha lasciato un fottio di capolavori cinematografici, molto bene per noi appassionati, ma comunque non centrerebbe col discorso.

Quindi mi viene da poggiare la prima pietra dicendo che questo trend della storia vera sia dettato dal pubblico e dal mercato e che i registi lo stiano seguendo pedissequamente per rimanere sulla cresta dell’onda.

Ma perché il pubblico vuole questo?

Cosa spinge gli spettatori a preferire una storia vera, o tratta dal vero, a un lavoro principalmente di fantasia?

Io credo che sia l’esasperazione dell’effetto “Grande Fratello”. Mi spiego…

 

La TV e i Social

Limitandoci ai fatti, senza giudicarli, risulta evidente che la televisione, anni or sono, abbia dirottato gli interessi degli individui verso le vite dei famosi, dei big, dei grandi personaggi.

E così fu in fase incipiente. Ma come si poteva far sì che gli spettatori si immedesimassero ancora di più in ciò che guardavano? Serviva un format che portasse la persona sul divano a trovare un’identità condivisa con il personaggio dello schermo.

E badaboom, ecco che arriva il Grande Fratello. E da lì tutti i figli dello stesso concetto.

Ma non basta, perché iniziano ad arrivare i social network, internet si espande, si guarda tutto in streaming. Il mondo si velocizza, ingrana la quarta e fa dire a mia nonna “io non ci capisco più niente di tutte ste cose che fate voi giovani”.

E allora come unire la velocità che il mondo chiede e il desiderio di vivere le vite altrui? Facile. Con le stories. Instagram, Snapchat e Facebook.

Forse ti starai chiedendo cosa centri tutto questo con il mondo del cinema e con i film candidati agli Oscar.

E la risposta è più semplice di quanto tu possa credere:

Si tratta, in entrambi i casi, di intrattenimento.

Quindi le regole e i capisaldi sono gli stessi. Sarebbe stupido pensare che un trend sociale non influenzi le correnti artistiche. Dire che Instagram non influenzi i film di Villeneuve è tanto quanto dire che la televisione non abbia influenzato Truman Capote o che la guerra d’indipendenza spagnola non abbia influenzato Francisco Goya.

Per quanto ci sia chi sa cogliere queste contaminazioni positivamente e con ragionamento critico e chi, tutt’al più, prova a spalmarci sopra della debole ironia.

Un film come Her, ad esempio, ha reso questo nuovo topos un argomento con cui riempire il contenitore e non la forma della scatola da riempire (che nel più dei casi non viene riempita).

Il cinema adesso, paradossalmente, sta diventando un’enorme storia su Instagram. Nei termini che la narrazione diventa a campo ristretto su una singola persona, e quasi mai su una serie di eventi, e che il valore di un messaggio riflessivo o della proposta di un punto di vista si nullificano di fronte alla possibilità di uno scoop, sia esso colto ed erudito o banale e gossipparo.

Vice è l’emblema di questo fenomeno. Arriva agli Oscar un film che prende un personaggio, lo mette al centro e ti racconta tutto di lui per filo e per segno, tendenzialmente strizzando l’occhio alla curiosità sulle piccole cose e glissando completamente sui grandi argomenti.

Il risultato? Uscire dalla sala cerebralmente piatti, ma divertiti. Compiaciuti dal vedere una forma sofisticata di Donna Moderna sul grande schermo.

Il cammino del mondo occidentale pare essere quello di preferire la forma al contenuto, la paparazzata all’insegnamento. Il chiacchiericcio alla riflessione.

Fantasia

Ma chiariamo, siamo ancora all’incipit di questo processo. Non è così per tutti i film.
Green Book, ad esempio, nonostante racconti una storia vera, mostra ancora quell’interesse verso il comunicare qualcosa di ragionato. Ha ancora il nobile intento di generare una domanda nello spettatore.

Ma d’altronde – mi si perdoni la visione pessimistica – nella quotidianità nessuno parla di Green Book, ma tutti conoscono “il film di Black Mirror dove scegli tu cosa fare”. Come si intitola? “Ah boh, vai su Netflix e lo trovi.”.

Spezzo una lancia nei confronti dei film tratti da libri. Essendo, mediamente, uno scrittore, molto più consapevole ed efficace nel creare una struttura narrativa rispetto a uno sceneggiatore, i prodotti tratti dalle librerie risultano spesso migliori. (Vedi Fight Club, 2001: Odissea nello spazio, Requiem for a dream, etc.)

Allo stesso modo, parlando dei remake, non credo ci sia un parere univoco. Alcuni sono molto riusciti, tipo Suspiria, altri risultano più delle buffonate.

Ma queste due postille (libri e remake) sono comunque una minoranza che non esime il cinema dalla colpa di stare abbandonando la creatività.

Ma proviamo a tirare le fila e a rispondere alla domanda iniziale.

PERCHÈ AGLI OSCAR NON C’È NESSUN FILM PURAMENTE DI FANTASIA?

PERCHÈ IL PUBBLICO VUOLE UN GOSSIP VERO.

 

Tra realtà e fantasia

Tutto questo, attualmente, non mi piace. Quindi mi auguro che si presentino delle evoluzioni migliori di questo trend e che il cinema non arrivi a perdere quella nobiltà e quel valore morale che ha conquistato in più di 125 anni di storia.

Ma chiedo a voi, cinefili e spettatori seriali nelle sale di tutta Italia: amate chi inventa!

Perché la realtà contamina la fantasia e la fantasia ha la forza per modificare la realtà. E noi viviamo nella realtà.

Dacché ci spostiamo verso un discorso diverso. Cioè qual è il valore dell’opera d’arte e, soprattutto, che valore sta avendo attualmente.

Partendo dal presupposto che stabilire cosa sia arte e cosa no diventa impossibile, direi che possiamo limitare il discorso alle arti canoniche e restringere il campo sulla settima: il cinema.

Nato come arte per il popolo, condivide, con tutte le altre, la valenza di suscitare un’emozione o una riflessione.

Il problema corrente, che ritorna al discorso iniziale sui film candidati agli Oscar, è che il filone del generare nello spettatore la reazione di “Wow! Non lo sapevo. Ma pensa te!” sta instaurando un monopolio nelle realtà cinematografiche.

Il punto focale del cinema odierno è stupire attraverso l’inutile. Es. Aldo Moro aveva stretto dei patti con gli USA? Se ci faccio un film preferisco raccontarti della sua abitudine di bere 3 caffè di fila al mattino. (Cosa non vera eh, giusto per farti capire).

Tutto questo costringe alla costruzione dei soggetti cinematografici in modo tale che lo spettatore percepisca una forma d’informazione orientata alla curiosità.

In un certo senso pare che l’intento finale sia far andare chi ha visto il film dall’amico a dirgli “Ma lo sapevi che…?”.

E, checché se ne dica, questo fenomeno sta toccando anche i grandi come Tarantino che, con Once upon a time in Hollywood, si sposterà verso la narrazione della storia vera.

Tutto questo, ovviamente, non impone che tutti i film siano di bassa qualità. Anzi, abbiamo visto grandi pezzi di cinema uscire negli ultimi anni.

Ma il punto finale – e poi chiudo – è che il processo fondamentale di realizzare un’opera di fantasia parte dalla necessità di comunicare qualcosa di preciso e trova consistenza nel dare vita ad altri universi con regole proprie e personaggi mai visti che siano perfettamente funzionali al messaggio.

Il vantaggio enorme di questo approccio è la possibilità di trattare qualunque argomento, sotto qualunque aspetto, senza limiti.

Dalla parte opposta troviamo la “true story”, che segue il processo opposto. Si prende una vicenda reale e la si racconta in modo tale da accentuare il messaggio che è già contenuto in essa.

Questo è estremamente limitante perché, se da un lato permette di calcare la mano sull’emotività, priva completamente della possibilità di indagare sulle vicende non strettamente umane.

Allora ecco la vera domanda finale.

Fantasia

Guarda il trailer di Mulholland Drive

Dobbiamo dire addio a tutti quei film che vanno verso il filosofico? Non vedremo mai più dei Mulholland Drive? Riflettere su cose come l’esistenza, l’anima, il mondo, etc. È ormai fuori moda?

Non lo so. E credo che una risposta univoca sia impossibile.

L’unica cosa di cui sono certo è che perdere la fantasia è il modo migliore per uccidere la realtà.

Quindi tu, che hai letto questo articolo, ama chi inventa, crea da solo, fantastica, non aver paura di riflettere. Immagina.

Che ogni pezzetto del puzzle dei tuoi pensieri, un giorno, potrebbe far parte del mosaico della realtà.

A presto, con creatività, ma senza illusione

Solzimer

A cura di Solzimer

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