Recensione di “Suspiria” (2018) – A cura di Don_Malakas

Suspiria di Luca Guadagnino – “Arte per L’arte”

Th. Gautier nella prefazione a Les Jeunes-France (1833), contrapponendosi ai romantici, sosteneva che l’arte non ha scopi morali o sociali, come non ne ha di carattere educativo, utilitaristico o comunicativo, ma è fine a se stessa; il problema massimo è, di fatto, quello della forma, la cui perfezione conta più dell’originalità degli argomenti trattati o della profondità della riflessione dell’opera.
Trovo che questo pensiero centri a pieno il cuore di quella che è l’opera di Guadagnino: un tempio della contemplazione.
Un esercizio estetico dotato di eleganza sopraffina ed eseguito con grande raffinatezza tecnica.

Quello che vediamo sullo schermo è di una bellezza estasiante: la pellicola ci regala delle scene magnetiche in cui il regista riesce a catturare il dinamismo di una danza demoniaca che tanto più si fa intensa, tanto più produce effetti paranormali. Splendida è la scena della contorsione di “Olga”.
Una contorsione – emotiva in questo caso – dovrebbe, e il condizionale è d’obbligo, avvenire anche nello spettatore ed è proprio questo condizionale la spada di Damocle dell’opera in questione come dell’arte in generale: l’incertezza della reazione che suscita nello spettatore. Il fatto che, allo stesso modo in cui qualcuno potrebbe essere mosso nel profondo dall’ammirazione del “barocco cinematografico” di Guadagnino, un altro potrebbe percepire la magnificenza del film come artefatta e pomposa, fine a sé stessa.

L’arte deve avere un fine ultimo?

E qui si torna inevitabilmente alla riflessione iniziale: è necessario che l’arte abbia un fine ultimo?
La risposta a questa domanda non può essere definitiva ed è intrinseca nell’approccio dello spettatore alla visione: abbandonando il lato razionale, quello che vuole “che tutto torni, che la struttura regga”, per intenderci, e concedendoci al lato emozionale, compromesso inevitabile per apprezzare questo tipo di cinema, ci troviamo inevitabilmente di fronte a due possibilità di risultato: mi tocca o non mi tocca, funziona o non funziona, testa o croce.
Quando la risposta è affermativa il prodotto artistico ci apre alla curiosità , siamo intrinsecamente portati, infatti, all’ indagine, alla ricerca di un Arché, un pensiero, una spinta, un motivo, appunto un fine, nell’arte, che giustifichi tutto il costrutto. Quando la risposta è negativa, ciò che abbiamo visto finisce in un cassetto e viene lasciato lì, bollato come incompleto o inconcludente.
È questo il paradosso della bellezza: per avere senso deve piacere.
Quindi tornando alla domanda precedente – l’arte deve avere un fine ultimo? – la risposta che mi sento di dare é: non per se stessa, ma per chi la ammira si.

Se mi è piaciuto il film?
È nel mio cassetto della scrivania.

(Ndr. Ma questa è una pagina di cinema)

Se dovessi dare una valutazione tecnica?
Direi che è stato confezionato un ottimo prodotto dal punto di vista tecnico.

Voto: 7.25

A cura di Don_Malakas

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