Recensione di “Un affare di famiglia”

“È il nostro segreto: siamo una famiglia”

Un affare di famiglia

 

Il trionfante di quest’anno a Cannes è un film di Hirokazu Kore’eda, uno dei più promettenti cineasti del cinema giapponese.
Da “Father and Son” a “Ritratto di famiglia con tempesta”, il regista ha saputo sviluppare uno stile visivo atipico ed originale e una tematica, quella familiare, che ricorre costantemente ma senza mai ripetersi.
“Un affare di famiglia” si pone probabilmente come la sua opera meglio riuscita.

La pellicola, con una trama lineare, racconta la quotidianità di un’apparente famiglia, umile ma incredibilmente unita, inconsuetamente composta da due donne, il marito di una delle due, un bambino e una nonna; un primo incidente scatenante si ha a pochi minuti dall’inizio del film, quando alla famiglia si unisce una bambina abbandonata e maltrattata, trovata per strada dall’uomo e dal bambino.
Quello che appare fin da subito non è un Giappone elegante, formale, contornato da un’inaudita perfezione come quello visto nel recente “Isle of Dogs” di Wes Anderson, è invece un paese caotico, disordinato, mostratoci attraverso una famiglia che conduce la propria esistenza ai margini della società, con le sue abitudini di dubbia moralità e la sua vita serena, ma arrangiata, costretta a trascorrere in una dimora di pochi metri quadri.
Per buona parte del film il regista, qui anche sceneggiatore, si destreggia con grande maestria fra i presunti legami familiari che si sviluppano senza apparenti impedimenti; poi, sapientemente (ed inaspettatamente), crea una svolta capace di costruire un finale emotivamente potete.

Tecnicamente la regia di Kore’eda incarna quello che è lo stile tipico del cinema giapponese: costruire un racconto attraverso le immagini, sostenute, qui, da una squisita e mai banale sceneggiatura.
La regia, poco dinamica, ben si affianca a una fotografia nitida, fatta di toni caldi, tipica del cinema indipendente europeo; la convergenza delle componenti tecniche regala composizioni di rara bellezza, intime e deliziosamente indimenticabili.
Le interpretazioni sono eccezionali, intense e meticolosamente vere, complici della capacità del film di trasportare lo spettatore (occidentale) in un mondo che difficilmente potrebbe conoscere per vie traverse.

Un affare di famiglia

“Un affare di famiglia” è un film che, lentamente, entra nel cuore; è il classico film senza preconcetti e tesi da dimostrare, che vuole, anzi, mostrare la quotidianità.
Un film che pone un’infinità di interrogativi: cos’è realmente una famiglia? Davvero contano soltanto i legami di sangue? Domande complicate, ma che fanno riflettere, che affrontiamo alla fine con un rinnovato senso critico.
Difficile non sentirsi come i protagonisti che tornano nel posto dove sono stati felici, in una famiglia senza codice genetico comune e dove tutti sono legalmente estranei.
La potenza di questa pellicola è tutta qui: farci sentire per 121 minuti parte
di un microcosmo tanto familiare quanto più sembra mettere in crisi il concetto stesso di famiglia, quello tradizionale e evidentemente poco esaustivo che tutti conosciamo.

A cura di Luca Persia

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