Recensione di “Insidious – L’ultima chiave”

 

James Wan, nelle vesti di produttore, torna con l’ultimo capitolo della saga di Insidious – L’ultima chiave (2018). Questa volta, dopo il precedente terzo capitolo diretto da Leigh Whannell, alla regia troviamo Adam Robitel.
Il film inizia mostrandoci alcune sequenze sull’infanzia di Elise, la nostra amatissima sensitiva. Una giovinezza vissuta tra le violenze del padre prima del trafico epilogo.
Si tratta, in realtà, di un’incubo di Elise che, al risveglio, evidentemente turbata, cerca di dimenticare. Poco dopo però la donna riceve una chiamata da un uomo, Ted Garza, che le chiede aiuto poiché sostiene che nella sua casa vi siano fenomeni paranormali che lo terrorizzano. Elise chiede all’uomo il suo indirizzo per poterlo aiutare, ma, scioccata, scopre che l’uomo vive proprio nella casa del suo incubo, quella casa dove lei era cresciuta e che sapeva cosa vi dimorasse all’interno. Elise accetta spinta probabilmente anche da una certa voglia di “chiudere i conti” con quel passato che la tormenta. Giunta nella casa dell’uomo, dopo le prime indagini, scoprirà qualcosa di inaspettato. La trama, da qui in avanti, è un intreccio davvero sconvolgente, diverso rispetto a quelli delle precedenti pellicole, che pur non essendo mai stati scontati o banali, erano comunque più prevedibili.

Insidious

Cosa c’è di diverso rispetto agli altri tre capitoli di Insidious?
Ora, non so cosa sia successo alla regia e alla produzione, ma in quest’ultimo capitolo, siamo su piani totalmente differenti. Credo si tratti innanzitutto del fatto che la regia è stata in grado di tenere la tensione alta per tutta la durata del film. Altro punto a favore: i jumpscare. Avete presente quelle scene in cui la tensione sale e mille, il silenzio incombe, e voi pensate: “adesso adesso adesso, guarda qui c’è sicuramente un colpo di scena”? Ecco, qui non funziona. È raro trovare un colpo di scena dove ci si aspetta di trovarlo. Contribuisce molto a creare inquietudine anche il fatto che si viene a creare un intreccio complesso tra psicologia e fenomeni paranormali. Infatti, a differenza delle precedenti pellicole, ci troviamo di fronte ad una Elise diversa, che oltre a destreggiarsi con il suo dono nel campo del paranormale, si trova a dover controllare gli “scherzi” della sua mente, della sua psiche resa fragile dai troppi ricordi taglienti del passato.
Inoltre la prova di Lin Shaye (Elise Rainer) è notevole, poiché riesce a trasmettere perfettamente ogni sensazione provata da Elise, senza il bisogno di usare la parola per farlo. Vanno a completare il terzetto Angus Sampson (Tucker) e Leigh Whannell (Specs), che riescono a rendere i due personaggi interessanti e divertenti.
In conclusione: il film è adatto sia a chi ama gli horror pieni di jumpscare, sia a chi ama quelli ricchi di suspense e tensione. È un ottimo mix di tecniche del genere, perfettamente equilibrate, così da creare un film che possa soddisfare tutti i “tipi di paura”, se così vogliamo definirli.

A cura di Beatrice Musajo

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