Recensione de “L’isola dei cani”

Tutta l’eleganza di Wes Anderson in una sola pellicola

Wes Anderson

Presentato alla 68ª edizione del Festival di Berlino, l’ultima fatica di Wes Anderson ha subito riscosso pareri molto positivi, vincendo l’Orso d’argento per il miglior regista. Il regista già da tempo aveva espresso l’intenzione di voler tornare a girare un lungometraggio d’animazione in stop motion, e nell’ottobre del 2015, lo stesso Anderson ha annunciato che il tema centrale del film saranno i cani.
L’isola dei cani (2018) narra la vicenda di Atari Kobayashi, nipote adottivo del sindaco, che parte verso l’isola della spazzatura alla ricerca del suo cane Spots. Tutti i cani domestici, infatti, sono stati esiliati sull’isola a causa di un’epidemia di influenza canina, che potrebbe in un futuro prossimo attaccare anche gli umani. Il ragazzo giunto sull’isola, farà la conoscenza di un gruppo di randagi che lo scorteranno alla ricerca del suo cucciolo.
Wes Anderson riesce, ancora una volta, ad incantare con la sua regia incantevole e poetica. Ogni sequenza non è mai lasciata al caso, hanno tutte un loro preciso significato in funzione della vicenda raccontata. Nell’opera possiamo trovare molte somiglianze con i lavori del grande Akira Kurosawa, sia per la tecnica di regia utilizzata sia per l’impalcatura narrativa della storia, ambientata per l’appunto in Giappone. È molto interessante notare la scelta del regista di suddividere in capitoli il film, e segnalare eventuali flashback con dei titoletti appositi, scelta molto coraggiosa, ma vincente della totalità del lavoro finale. La pellicola ha dalla sua una fotografia folgorante, i colori pastello fanno da padroni e il risultato sul paesaggio e sull’isola dei rifiuti in particolare è veramente incantevole. Il film, inoltre, è supportato dalle voci di grandi attori: da Bryan Cranston, Edward Norton, Tilda Swinton, Harvey Keitel, Ken Watanabe fino ad arrivare al solito Bill Murray. La scelta poi di far parlare in inglese solo i cani, mente gli abitanti della città no, è assolutamente geniale.

Wes Anderson
La pellicola, tuttavia, non è esente da difetti. Se nella prima parte la storia sembra essere molto intrigante, durante lo svolgimento si ha qualche caduta di ritmo, che finisce inevitabilmente per penalizzare il finale, reso un po’ troppo veloce e privo di grandissime emozioni. La caratterizzazione dei cani è eccellente, tutti sono contraddistinti da un’inconfondibile ironia, ma nella parte centrale, alcuni di loro, come ad esempio Rex, sono troppo poco utilizzati in relazione alle loro potenzialità. Atari, il ragazzo alla ricerca del cane, è perfetto in ogni sequenza e ricorda molto il bambino protagonista di Moonrise Kingdom – Una fuga d’amore (2012).
Wes Anderson, con L’isola dei cani, riesce quindi a confezionare un prodotto di ottima fattura, molto personale e denso di molti elementi distintivi del regista. Nonostante tutti gli aspetti positivi elencati, la pellicola non riesce a raggiungere la perfezione stilistica e visiva di Grand Budapest Hotel (2014) o di Moonrise Kingdom – Una fuga d’amore (2012).

Voto: 8.25

A cura di Kowalski

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