La morte del cinema

Il cinema sta davvero morendo?

Negli ultimi anni il cinema ha subito un declassamento tale da essere considerato dai più solo mero intrattenimento. La magia, la magnificenza e l’importanza socio/culturale che la settima arte aveva sono andate via via scemando, non riuscendo più a coinvolgere e trasportare la gente nelle sale. Su questo argomento si sono trovate mille spiegazioni, ma alla fine la grande domanda che la gente si pone è:

“Il cinema si sta uccidendo da solo o lo sta distruggendo Netflix?”

Ormai, al giorno d’oggi, il popolo è stato viziato fino ad arrivare a percepire il cinema come intrattenimento spiccio, senza nessun fine artistico. Per farla breve: una bella ora e mezza di sparatorie senza senso viene preferita a un film pieno di dialoghi brillanti e spunti di riflessione. Lo spettatore è diventato avvizzito, ha perso curiosità e di conseguenza ha smesso di andare al cinema.
Indubbiamente la qualità sul grande schermo è calata.
Hanno preso il sopravvento le pubblicità, il marketing e tutte quelle cose che solitamente distruggono un prodotto artistico. Ormai un progetto viene finanziato solo in ottica di vendita, facendo passare la qualità in secondo piano. E la colpa è tutta delle major e del sistema Hollywoodiano di oggi, che permette la realizzazione di questi assurdi prequel, sequel e spin-off. Sì, perché, passatemi il termine, questi sono “filmacci”. Pellicole senza né capo né coda, che non hanno motivo di esistere, con sceneggiature degne di un bambino di quattro anni e imbottite solamente di grandi effetti speciali per incantare la massa. Basti pensare a Transformers – L’ultimo cavaliere (2017), un’opera assurda, senza un minimo di significato e di coerenza con il resto della già brutta e dimenticabile saga.
Le case di produzione preferiscono produrre il nuovo capitolo di queste serie, piuttosto che un film di qualche autore che da anni sta cercando i fondi per girare la propria pellicola. Ed è proprio “il soldo” il male del cinema, che incalza senza sosta, facendo danni ovunque. Siamo onesti, il denaro è sempre stato il punto di riferimento dell’industria cinematografica, poiché il film, essendo un prodotto destinato al consumo della gente, doveva obbligatoriamente ottenere ricavi monetari. Ma, fino all’inizio degli anni 2000, si tendeva a dare più spazio alla creatività, all’estro e alle idee. Autori ora passati nel dimenticatoio ci hanno regalato opere di straordinario valore. Basti pensare a Terry Gilliam, regista visionario, che per riuscire finalmente a ultimare il suo The Man Who Killed Don Quixote (2018) ha dovuto fare i salti mortali, poiché le grandi case di produzione non erano intenzionate a finanziare il film.

Cinema

Altro aspetto che sta distruggendo lentamente il meccanismo cinematografico, è sicuramente la critica. Facciamo l’esempio di Rotten Tomatoes, il più celebre aggregatore di recensioni al mondo che, attraverso una percentuale, determina la validità di un prodotto, etichettando come “marci” i film che sono sotto il 60%. La pericolosità deriva dal fatto che molta gente si basa sulla percentuale di Rotten, finendo per non andare al cinema se il film non ottiene una percentuale positiva. Per l’appunto non sono mancate, negli ultimi tempi, querele nei confronti di Rotten da parte delle grandi Major, che lo vedono già come un possibile pericolo. Guardate ad esempio il boicottaggio ai danni di Star Wars: Episodio VIII – Gli ultimi Jedi (2017), citando uno degli esempi che recentemente ha fatto più scalpore, che si è visto crollare la percentuale di audience solo perché i fan non hanno gradito la strada intrapresa dalla Disney nel curare l’universo creato da George Lucas.
Terminando il discorso sui progetti commerciali, vorrei spezzare una lancia in favore di film come Deadpool (2016) o Deadpool 2 (2018) che, pur mantenendo un profilo molto mainstream, hanno conservato al loro interno una forte nota artistica e di pregio, riuscendo a soddisfare fan e non dei fumetti. Tant’è vero che la tendenza degli ultimi anni dei colossi come il Marvel Cinematic Universe è stata quella di soddisfare solo gli appassionati e i fanatici dei fumetti. Hanno snaturato il concetto di film in sé, prediligendo solo la continuity, finendo per deludere i normali spettatori che, non avendo visto tutte le venti pellicole precedenti, si trovano disorientati.
Nel cinema odierno – in particolar modo a Hollywood – si sta assistendo a una fase dove i film vengono prodotti solo per due motivi: per concorrere agli Oscar o per affermarsi come blockbuster dell’anno. Siamo giunti in un’epoca dove i lungometraggi cosiddetti di qualità escono solo a ridosso della stagione dei premi e per il resto dell’anno si ha un continuo susseguirsi di prodotti commerciali, che non hanno un minimo di interesse e che fanno solo perdere la voglia ai cinefili di andare in sala a vedersi un film.
Benvenuti nell’epoca del nulla, dove una scazzottata o una marea di esplosioni emozionano di più di un bel monologo. Ma tutto questo lo abbiamo voluto noi, noi che a piccoli passi abbiamo reso l’industria cinematografica una macchina da soldi destinata, purtroppo, a morire nella sua standardizzazione.
Quindi possiamo dire che il cinema, avendo rinunciato all’innovazione e all’originalità, ha contribuito da solo alla sua caduta, mettendo lo spettatore in una posizione abbastanza insolita rispetto al passato. Infatti, data l’offerta enorme e varia di Netflix e delle altre piattaforme streaming, la gente preferisce rimanere a casa risparmiando e non muovendosi dal divano. Ma questi prodotti, offerti da questi colossi, sono davvero di qualità o sono operazioni puramente commerciali?

“È così che muore il cinema, sotto scroscianti serie tv”

semicit.

Sicuramente negli ultimi anni le serie tv hanno spadroneggiato, diventando un vero e proprio fenomeno mediatico e rendendo la gente dipendente da questi prodotti. Le case di produzione e le grandi piattaforme di streaming come Netflix e Amazon hanno iniziato a puntare quasi solamente su progetti seriali, investendo budget che erano impensabili fino a qualche tempo fa. Infatti, sempre più star del cinema stanno accettando di lavorare per la tv e ultimamente sono usciti prodotti interessanti che hanno alzato l’asticella media delle produzioni televisive (vedi Stranger Things e House of Cards)
Inoltre il mercato delle serie tv sta pian piano, con il tempo, sostituendo il cinema. Non è raro a vedersi che alcuni prodotti destinati al piccolo schermo aumentino la lunghezza dei loro episodi, o addirittura distribuiscano episodi speciali che hanno la lunghezza di un film. Tra gli esempi più celebri, possiamo citare il grande fenomeno mediatico Black Mirror, serie di fantascienza distopica, dove gli episodi sono strutturati come lungometraggi e non hanno nessun collegamento l’uno con l’altro. Prodotti di questo genere, distribuiti in tv grazie a Netflix, stanno conquistando le persone che andavano al cinema, fornendogli un prodotto di qualità, all’orario che più si preferisce, direttamente a casa e con costi relativamente bassi . Inoltre, grazie agli algoritmi di scelta, queste piattaforme riescono a consigliare al consumatore i prodotti più affini ai suoi gusti.

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Se per un certo verso questo fenomeno ha anche aspetti positivi, non possiamo non citare i contro. Queste piattaforme, cavalcando l’onda dell’entusiasmo e dello strapotere commerciale, stanno sfornando una quantità di serie tv che facciamo fatica anche a contare. I colossi dello streaming, dato il successo dei loro prodotti seriali, fanno sì non siano più formati da uno o due stagioni, ma vengano impostati dei veri e propri progetti a lungo termine, che non fanno altro che mettere a repentaglio la qualità finale. Le sceneggiature diventano sempre più piatte, i personaggi sono scritti sempre peggio, la regia è spesso senza un’identità e gli attori sembra che recitino solo per il compenso.
Recentemente La casa di carta ha attirato su di sé l’attenzione di tantissime persone, facendo registrare numeri stratosferici, costringendo Netflix a rinnovarla per una nuova stagione. A dire il vero il boom che ha avuto non si spiega, perché è sì un prodotto di intrattenimento, ma di certo non eccelle per qualità. L’aspetto tecnico è medio basso, la recitazione rivedibile e ci sono alcuni errori di sceneggiatura veramente grossolani. Questo esempio fa capire come il valore del prodotto medio di Netflix è piuttosto dozzinale ma, nonostante questi difetti, di queste serie ne vengono realizzate a bizzeffe e bastano dei buoni risultati per prolungarle, anche se palesemente concluse e senza possibilità di proseguimento.

“Se non puoi batterli, unisciti a loro”

Come abbiamo constatato, l’industria cinematografica sta cambiando. Siamo passati ad una nuova concezione di fare cinema. Tantissimi registi, come Nicolas Winding Refn o Woody Allen, sono scesi a patti con i colossi dello streaming per realizzare una serie tv, perché ormai i budget sono quelli di un lungometraggio e c’è sempre più libertà creativa per i progetti televisivi. Ma, allo stesso tempo, difficilmente al giorno d’oggi riusciamo a trovare un progetto televisivo che sia impostato su un’unica stagione. Progetti di ottima qualità come Big Little Lies o The Young Pope, curati da registi di spicco, a causa del successo di pubblico e di critica ottenuti, sono stati rinnovati per una seconda stagione, rischiando di perdere molta della loro originalità e freschezza.

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Basti vedere l’esempio di Lynch di anni fa, quando fu contattato dalla ABC per creare una serie tv che risollevasse la crisi che attanagliava le emittenti televisive in quel periodo. All’inizio riluttante dall’idea di mandare un suo prodotto in tv, poiché considerava quest’ultima come un “medium orrendo”, decise comunque, insieme al suo fido collaboratore Mark Frost, di scrivere una sceneggiatura da proporre alla rete. Dopo aver impressionato tutti con la storia, Lynch fu incaricato di dirigere la prima stagione dello show che ebbe un successo planetario. Ma i pubblicitari e i marketers, essendo i grandi mali dell’arte, incaricarono Lynch di scrivere una seconda stagione, dove però quest’ultimo avrebbe dovuto svelare il mistero di Laura Palmer. Quando, durante la seconda serie, venne risolto il mistero di Laura Palmer, gli ascolti calarono, per il semplice motivo che era terminata la curiosità. Questo excursus per dire che finché si produrrà per vendere e fare solamente ascolti l’arte cinematografica ne risentirà, perdendo valore e andando a finire in un baratro senza ritorno.
Non dimentichiamoci, inoltre, di tutte le attività strettamente connesse al cinema, come le videoteche o i cinema d’essai, destinati a scomparire definitivamente discriminati dalla massa che, scegliendo Netflix e simili, li taglierà fuori da quel circolo vizioso di comodità e standardizzazione. Per chiuderla alla Lynch: “È un’assurdità che questo sia potuto succedere. […] È, come ho detto, una tristezza”.

A cura di Kowalski

1 opinione riguardo a “La morte del cinema

  1. Sono perfettamente d’accordo su tutto quello che hai scritto e purtroppo me me rattristo molto. Per quanto riguarda “La casa di carta”, l’ho trovata una serie che pur avendo tutti i difetti che avete elencato (in particolare per quanto riguarda la recitazione, alla fine non sopportavo più “Raquel”, non ricordo il nome dell’attrice) riusciva a far bene il suo dovere di intrattenere il pubblico, ma l’ultimo episodio è conclusivo e non capisco proprio né come né perché dovrebbero farla continuare…. Meno male che esistono ancora certi luoghi, come a Milano nello Spazio Oberdan, dove i registi emergenti o quelli che non riescono a spiccare contro il mainstream hanno la possibilità di proiettare i propri prodotti E dove vengono spesso ritrasmessi “vecchi” film che offrono una piacevole alternativa al solito blockbuster americano.

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