Recensione di “2001: Odissea nello Spazio”

“2001: Odissea nello spazio”: iperbole dell’uomo lanciato nell’infinito

2001: Odissea nello Spazio
2001: Odissea nello Spazio – viaggio nell’iperspazio

Uno sguardo storico

Nel 1969 Neil Armstrong piantò la bandiera americana sul suolo lunare in quella che per molti è, ancora oggi, la più clamorosa impresa della storia dell’umanità. Sicuramente è stata la più grande conquista nello spazio. Quello spazio che nel 1968 – anno di uscita di 2001:Odissea nello spazio – era, per l’uomo, un luogo oscuro, fatto di paure e di alcuni dei grandi interrogativi che ne hanno sempre turbato l’esistenza. Se per molto tempo l’uomo ha ammirato la volta celeste interrogandosi e cercando risposte nell’arte, nella poesia e nella filosofia il Novecento’ è stato sicuramente il secolo della scienza. Nel secondo dopoguerra sono entrate nel vocabolario comune termini come “corsa allo spazio”, “guerra fredda” e “boom spaziale”. Erano quegli anni che il notiziario non poteva non parlare di Russia e Stati Uniti e dei loro progressi tecnologici. Lo spazio era il nuovo sconfinato “continente” da conquistare. L’ingegneria aerospaziale stava progredendo a una velocità esorbitante , basti pensare che nel 1961 il sovietico Jurij Gagarin guidò attorno all’orbita terrestre la prima navicella con equipaggio umano. Non voglio annoiarvi ulteriormente con discorsi scientifici di cui probabilmente capisco meno di voi o ricordarvi quanto sia stato “bravo” l’uomo. Ciò che mi interessa fare è contestualizzare, per quanto sia possibile in poche righe, il periodo storico in cui esce nelle sale quello che probabilmente è il film più influente di uno dei più grandi registi del ventesimo secolo.

Ora quello che vi chiedo, per comprendere il peso storico di questa pellicola, è di mettervi per un attimo nei panni di vostro nonno, vostro padre per alcuni lettori. I sessanta erano volati e la “sgangherata” – in senso buono – rivolta artistica e intellettuale della beat generation era stata piano piano metabolizzata, per evolversi in un sentimento di ribellione più eterogeneo(metteva d’accordo diverse classi sociali) che metteva sotto accusa i fondamentali della società nei maggiori paesi del mondo. Proprio in quel Sessantotto di rivolta, che avrebbe cambiato anche il destino del cinema, la massa appariva finalmente più matura, pronta per un film che parlasse in modo serio del rapporto tra uomo e spazio.

La fantascienza è stato uno dei generi cinematografici più popolari fin dai primi anni del novecento ma a prevalere era, quasi sempre, una produzione grottesca e a tratti “sgraziata”. Al punto che i primi grandi capolavori puntavano forte sugli elementi propri della commedia (Viaggio nella luna, Georges Méliès,1902) o dell’ horror (Il pianeta proibito, Fred Wilcox, 1956) più che a emanciparsi creando qualcosa di nuovo. Nel 1968 esce Il pianeta delle scimmie di Schaffner, il primo sci-fi con produzione ad alto costo. Il film è complesso e con grandi spunti satirici e di riflessione ma la cosa importante è che piace. Il pubblico ora è disposto a mettersi alla prova, aperto a una fantascienza di spessore. Lo stesso anno arriva la svolta epocale: nelle sale esce 2001: Odissea nello spazio di Stanley Kubrick. Diventerà la pellicola più vista del decennio: un vero e proprio mito per generazioni di cineasti. Se consideriamo il genere fantascientifico il film è esattamente quello che in finanza viene chiamato “pivot point”, ovvero il punto di rottura. Lo sci-fi non sarà mai più lo stesso, acquisirà finalmente un’identità di genere ben definita e se abbiamo visto alcuni cult del secolo passato tra cui Star Wars dobbiamo rendere omaggio anche all’opera di Kubrick.

In onore dell’anniversario dei 50anni dall’uscita di 2001 nelle sale, Cristopher Nolan ha guidato un progetto che presenterà quest’anno in occasione del Festival del Cinema di Cannes per migliorare la definizione della pellicola.

Trama di “2001: Odissea nello Spazio”

2001: Odissea nello Spazio
2001: Odissea nello Spazio – comparsa del Monolite sulla Luna

Il film, della durata di 149 minuti (169 in prèmiere cut) è diviso in quattro parti e rappresenta gli ipotetici stadi dell’evoluzione degli esseri intelligenti a partire dalla loro comparsa sulla terra.

Il primo capitolo, The Down of Man, tratta proprio della loro nascita. Un gruppo di scimmie sopravvive in un ambiente arido e ostile sotto la guida di un capo. Sarà il misterioso arrivo dal cielo di un monolito nero a segnare lo step successivo dell’evoluzione. Le scimmie, venendovi in contatto, impareranno a maneggiare oggetti e a costruire rudimentali utensili e armi. Questa evoluzione, però, svilupperà anche i tratti negativi degli ominidi, che diventeranno più spietati.

Il secondo capitolo, TMA-1, si svolge in un ipotetico futuro 1999(31 anni dopo il 1968, anno di rilascio del film). Il dottor Heywood Floyd (William Sylvester) è il presidente del comitato nazionale astronautico americano e viene chiamato in missione su una base lunare dove è stato ritrovato un monolito nero. Una volta raggiunta la base, mentre un gruppo di astronauti scatta delle fotografie, l’oscuro oggetto sarà colpito da un raggio solare ed emetterà un segnale radio fortissimo in direzione di Giove.

Il terzo capitolo, Jupiter Mission, si svolgerà proprio in quell’anno 2001 che dà il titolo all’opera e metterà in scena il travagliato viaggio di cinque astronauti (3 dei quali ibernati) a bordo dell’astronave Discovery One. Con il ruolo di supporto e supervisione sulla nave spaziale è presente il supercomputer HAL 9000, ultimo modello della gamma e dotato di un’intelligenza artificiale avanzatissima, in grado di svolgere le attività della mente umana con velocità r accuratezza maggiori.

Il quarto capitolo, Jupiter and Beyond The Infinite, mette in scena l’arrivo di Bowman – un fantastico Keir Dullea – nell’orbita del pianeta, dove avvisterà il monolito nero che fluttua nello spazio. Deciderà così di avvicinarsi e finirà per perdersi nei meandri dell’universo, del tempo e della mente.

Analisi di 2001: odissea nello spazio

2001: Odissea nello Spazio
2001: Odissea nello Spazio – The Down of Man

2001: Odissea nello spazio è ispirato all’omonimo romanzo fantascientifico di Arthur C. Clarke che narra le conseguenze del ritrovamento di uno strano artefatto sulla luna.
Tuttavia l’opera di Stanley Kubrick segue un arco narrativo più lungo e si prefigge di mettere in scena, in un quadro più filosofico ed emozionale che logico-razionale, il percorso evolutivo della razza umana. Un percorso che partirà dai primi ominidi, i quali hanno in comune con l’Homo Sapiens solo la posizione eretta, fino ad arrivare al superamento stesso della condizione corporea.

“Così parlò Zarathustra” – Un rito iniziatico

L’impatto col film è dei più potenti: è tutto nero,un flebile sottofondo sonoro ci accompagna nel buio e poi il silenzio. Lo sguardo ipnotizzato dello spettatore iniza a isolare le prime forme che paiono essere stelle nello spazio aperto. Il silenzio è interrotto nuovamente, questa volta dall’epicità del Così parlò Zarathustra di Strauss in quello che sembra il culmine di un rito iniziatico.
I primi cinque minuti in cui viene letteralmente tolta la luce, infatti, sembrano avere come scopo la purificazione dello spettatore, che dovrà accettare di mettere da parte le proprie sicurezze , muovendosi quindi “nel buio”, per prendere parte a un viaggio alla scoperta dell’universo e di se stesso.

The Down of Man – L’alba dell’esistenza

La narrazione inizia da una steppa africana pochi minuti dopo l’alba- la prima luce del giorno qui simboleggia la nascita della prima forma intelligente- dove viene mostrata la giornata di alcuni dei primi ominidi preistorici. Kubrick ha utilizzato degli attori per le scimmie Capogruppo e dei cuccioli veri addestrati per quelle gregarie. Ê proprio in questa sequenza che farà la sua comparsa l’oggetto magico della narrazione, l’enigmatico monolite nero. Un entità che si traduce in forma concreta e vaga per lo spaziotempo svolgendo la sua misteriosa funzione per il sistema. L’arrivo del monolite coinciderà con lo sviluppo da parte dell’ominide del primo pensiero complesso: egli riconoscerà l’efficacia di sfruttare un osso sia come arma per cacciare che come utensile. La scena in questione è una delle più celebri del film e si conclude con uno dei cambi sequenza più riusciti nella storia del cinema: il maschio Alfa del gruppo, dopo aver colpito ripetutamente una scimmia rivale, lancerà in aria l’osso femorale che impugnava. Quest’ultimo, durante il volo, roteerà su se stesso fino a trasformarsi nella parte anteriore di una nave spaziale.
Il film passa così istantaneamente alla sua seconda parte evitando uno stacco netto di camera. Indizio del fatto che il regista non ci vuole mostrare due momenti distanti della storia dell’uomo come se fossero due spaccati. Ciò che vediamo è un flusso, come lo è l’esistenza, che dalla sua nascita non si è mai fermata. E così non si ferma il film.

TMA-1- Etica ed Estetica del futuro di Kubrick

2001: Odissea nello Spazio
2001: Odissea nello Spazio – TMA-1

Siamo catapultati in un utopico 1999 in cui la teconologia umana è sviluppata a tal punto da consentire ad alcuni uomini di vivere su una base spaziale vicino alla luna, ora in rotta proprio verso il satellite. Questa sequenza ha l’unica funzione narrativa di reintrodurre l’elemento del monolite, che verrà ritrovato sulla luna terrestre. La sua importanza, tuttavia, non sta solo in questo, ma soprattutto nel racchiudere alcuni elementi dell’etica e dell’estetica del futuro prossimo immaginato dal regista. Innanzitutto la base spaziale raggiunta dalla nave del capitano Floyd ha la forma di una clessidra, quasi come ad indicare un rinnovato valore assegnato dall’uomo allo scorrere del tempo. Questo lo si noterà anche dai dialoghi che si svolgeranno all’interno della base: diretti ed essenziali. Ci accorgeremo poi, grazie al forte impatto visivo degli interni della base, di come il regista immagini un arredamento minimale e smart, per usare un termine new age, in cui ogni oggetto assolve al duplice compito funzionale e decorativo. Il contrasto tra l’intensità del bianco e le tonalità accese di giallo(all’entrata) e rosso degli oggetti danno un’ulteriore senso di profondità alle stanze. Per quanto riguarda gli abiti indossati dai personaggi Kubrick è intelligente e meticoloso in ogni minimo dettaglio, vestendo alcuni personaggi (Floyd e il conducente della nave) secondo i canoni estetici classici e altri (l’equipaggio) con uniformi dall’aspetto futurista. Quasi a sottolineare che l’abito elegante sarà ancora sinonimo di autorità . In questa fase il maestro inserisce anche elementi di brillante umorismo come la toillette a gravità zero e la pasta che si mangia con la cannuccia. Il risultato è stato quello di smorzare efficacemente la pesantezza che può essere percepita da un fruitore occasionale dopo un inizio così lento e complesso.

Finite le distrazioni il professore ci riporta in classe. Sembra infatti proprio una classe di scuola quella in cui il professor Floyd (alla cattedra), atterrato sulla luna, enuncia al comitato astronautico le dispositive americane riguardo il ritrovamento di un misterioso oggetto in superficie. Le musiche si fanno insistenti, sembrano quasi urla strazianti, mentre la sequenza si sposta sul suolo lunare dove vediamo comparire per la seconda volta il monolite. La scena in cui sei astronauti ammirano l’artefatto in lontananza, con un pianeta blu che compare sullo sfondo, risulta di una bellezza sublime. Una menzione va di diritto a John Alcott, responsabile della fotografia, e alla sua abilità di sfruttare il chiaroscuro in tutta la sua potenza.
Sarà proprio l’atroce avvicinarsi – mentre si appropinquano sembrano strapparsi le orecchie colpiti da iper suoni- degli astronauti al monolite a culminare questa seconda parte, dove quest’ultimo emette un segnale in direzione di Giove.

Jupiter Mission – HAL 9000: una macchina (im)perfetta

2001: Odissea nello Spazio
2001: Odissea nello Spazio – Uomo vs Macchina

Ancora una volta senza stacco di camera, si passa alla terza parte: la vera e proprio Odissea del’uomo nello spazio, il viaggio dell’astronave Discovery One verso Giove. L’Ulisse del ventesimo secolo ovvero l’astronauta David Bowman – un ottimo Keir Dullea – si spingerà in direzione delle “colonne d’Ercole” dell’umanità, quel limite delle possibilità, evidenziato dal misterioso oggetto, intorno al pianeta Giove. Se nell’opera di Omero notiamo come l’eroe classico cerchi di superare in modo superbo i limiti imposti agli umani dagli Dei, in quella di Kubrick questa visione viene ribaltata e il concetto di Dio è ampiamente superato. Il vero Dio è il progresso e ha come funzionario l’entità monolitica che si occupa di portare l’uomo a superare di volta in volta i propri limiti. Divinità antropomorfe che provano emozioni come la rabbia non trovano spazio nell’universo perfetto di Kubrick. È proprio questa la premessa di un dibattito che durerà per la quasi totalità della terza parte: può un essere sulla carta perfetto provare delle emozioni umane senza ricadere nelle stesse debolezze umane?

Questo interrogativo viene introdotto con la comparsa del supercomputer HAL 9000, pilota automatico della nave, tecnicamente in grado di risolvere ogni problema, e capace di relazionarsi con gli esseri umani grazie alla sua sofisticata intelligenza artificiale. Dotato di un software avanzatissimo, riuscirà a sviluppare emozioni umane come appagamento e paura. Sarà proprio la paura di sbagliare a fargli evidenziare un problema, in realtà inesistente, nell’orientamento dell’antenna radio. Proprio questo fatto darà inizio al declino inesorabile della macchina perfetta che, venendo a scoprire che David e Frank (un Gary Lovegood in una parte minimale) la vogliono disattivare, ritendola ormai un intoppo, svilupperà addirittura uno degli istinti umani primordiali: quello di sopravvivenza. Per salvare se stesso il Robot tenterà di eliminare tutto l’equipaggio, mettendo così a rischio la missione. Il paradosso espresso da Kubrick sottolinea come le emozioni e gli istinti viscerali rendano gli esseri inevitabilmente imperfetti, per quanto le loro possibilità posano essere estese. La scena più significativa a riguardo è sicuramente quella in cui Bowman, unico sopravvissuto alla foga travolgente della macchina, disattiva HAL, privandolo poco a poco di tutte le sue possibilità intellettive. Il supercomputer, orfano di alcuni dei suoi software fondamentali impazzirà letteralmente finendo per suonare il campione del “Girotondo”, motivetto popolare spesso associato a un pubblico infantile. La scelta della canzone è distinta da una duplicità simbolica: da una parte vediamo la macchina tornare “bambina”, cioè alla sua funzione primordiale di mera riproduzione di suoni. Dall’altra, invece, c’è un richiamo diretto a una fanciullezza umana che la macchina non ha mai vissuto concretamente ma per cui, in punto di morte, pare quasi provare nostalgia.

Jupiter and Beyond the infinite – essere David Bowman

2001: Odissea nello Spazio
2001: Odissea nello Spazio – luci intermittenti nello spazio

A questo punto dell’opera permangono tanti dubbi per lo spettatore, che si è trovato davanti a un grado di complessità altissimo. Il regista ha messo su finora un’impalcatura narrativa perfetta nel minimo dettaglio, predisponendo un finale che si chiuda con la ricomparsa del Monolite e un nuovo superamento delle colonne d’Ercole da parte dell’uomo. Sarà così solo in parte. Quella narrata da Kubrick, infatti, non è la mera storia dell’uomo, bensì quella dell’universo di cui siamo una parte infinitesimale.
Giunto nell’orbita di Giove David avvisterà effettivamente il monolite e si avvicinerà ad esso a bordo di una capsula. Se il monolite fino a quel momento aveva rappresentato ogni volta il raggiungimento di una nuova tappa evolutiva, da ora assumerà il ruolo di portale per un altro livello della realtà. Il protagonista sarà letteralmente lanciato tra fasci di luce, forme astratte e poligonali che si sovrappongono, scorci di stelle che esplodono e onde intermittenti di energia. In questa sequenza il regista, grazie al magnifico lavoro del tecnico Douglas Trumbull, riesce contemporaneamente a coinvolgere e travolgere lo spettatore che si ritrova, grazie all’inquadratura, a vivere in prima persona lo psichedelico viaggio dell’astronauta. Ci ritroviamo inermi. Qui il film rompe definitivamente ogni barriera fisica, non si tratta più di Bowman, siamo noi a compiere il viaggio e come dice lo stesso regista da qui in poi “siamo liberi di speculare sul significato filosofico e allegorico del film”. Non esiste infatti “un’ unica chiave di lettura che ogni spettatore si sentirà obbligato a seguire”.
E’ proprio questo a rendere 2001 un’opera che, oltre a rivoluzionare il genere fantascientifico e a riformarlo con una superiorità estetica e di contenuto, riesce a trascendere il cinema stesso. Rientra nei canoni di quella che Kierkegaard chiamava comunicazione esistenziale: un modo di esprimere la complessità di un concetto mediante immagini allegoriche ed evocative quando non può essere ridotto a una sequenza di parole scritte. I temi proposti, così come gli interrogativi non trovano un’unica risposta nella pellicola; siamo quindi destinati a continuare a cercarla in un dialogo con noi stessi e con gli altri. Quel dialogo che il filosofo danese riteneva fondamentale per tramandare la dottrina socratica che “non deve limitarsi a definire e spiegare ma deve incidere nel profondo”, Kubrick lo chiamerà inconscio indicandoci, in un’ intervista, verso quale parte della nostra mente è rivolta l’opera.

Jupiter and Beyond the infinite – Inizio e fine in una stanza

2001: Odissea nello Spazio
2001: Odissea nello Spazio – Arrivo nella stanza primordiale

Questo viaggio, iperbole dell’uomo lanciato nell’infinito, terminerà in una stanza(raggiunta da David), quasi a simboleggiare un ricongiungimento con la nostra parte umana. Non sarà così. La stanza per Kubrick è come la caverna di Platone, quello che vediamo non è la verità(aletheia) ma solo una sua proiezione (doxa). In quel luogo metafisico assisteremo, per mezzo di David, all’ultimo pasto, all’invecchiamento e morte dell’essere umano e alla nascita di un nuovo essere celestiale fatto di luce.
La rappresentazione è quella di un uomo che, nell’uccisione della propria corporeità, assume la triplice posizione di spettatore impaurito, vecchio sofferente e crudele carnefice. Una sequenza, tra le più spettacolari della storia del cinema, ci mostra l’ultimo errore dell’uomo prima della sua fine: David durante il pasto farà cadere un bicchiere poco prima di smaterializzarsi per ricomparire, invecchiato e senza forze, sul suo letto di morte, dove verrà trasformato dal monolite in un essere celestiale. Sembra che Kubrick voglia dirci che l’essere umano è solo una parentesi, una stanza nel disegno universale ed è destinato a scomparire poichè la sua parte corporea e carnale è la stessa che lo conduce all’errore.
Non possiamo che utilizzare frasi ipotetiche per fornire l’interpretazione di un finale aperto che consente a ciascuno di dare un motivo a ciò che vede, o per meglio dire vive. E’ proprio questo l’effetto del capolavoro, sciogliere il contratto non scritto che relega lo spettatore al ruolo di parte passiva nel suo rapporto col cinema.

Kubrick ha lasciato, con 2001:Odissea nello spazio, un’eredità preziosissima, in particolare per un pubblico animato da uno spirito più romantico(nel senso letterario del termine), che continuerà ad affinare sempre di più il proprio grado di comprensione dell’opera, rappresentazione provocatoria ma allo stesso tempo autentica dell’esistenza. Un flusso sospinto violentemente dalla forza del progresso verso “un sempre di più” che proprio quando tenderà all’infinito si ricongiungerà col nulla. E così finisce il film: schermo nero e Così parlò Zarathustra.

Don_Malakas

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