Recensione di ” Tre manifesti a Ebbing, Missouri”

Tre manifesti a Ebbing, Missouri: il trionfo della black comedy

Tre manifesti a Ebbing, Missouri

A Ebbing, nel Missouri, Mildred Hayes ha perso la figlia adolescente in seguito a uno stupro, conclusosi poi in un omicidio che non ha trovato colpevole. Decide di non lasciar spazio al pianto ed è determinata a trovare l’autore di quel gesto meschino, ma dopo aver cercato, senza successo, di convincere la polizia a riaprire le indagini, decide di dar fondo ai propri risparmi facendo affiggere tre manifesti indirizzati allo sceriffo di Ebbing, Bill Willoughby. Poco dopo l’affissione, però, Bill, malato di cancro, si suicida non avendo più la forza di affrontare la sofferenza derivante dalla malattia e decide di scrivere tre lettere indirizzate alla moglie, a Mildred e all’amico e collega agente Dixon. Quest’ultimo è succube della figura materna e commette più volte sfoghi di violenza immotivata, anche se, da un certo punto in poi, il suo diventa un percorso di redenzione. L’ossessione di avere giustizia porterà in primo luogo Mildred, e in seconda battuta gli altri personaggi, a sviluppare un intreccio ricco di colpi di scena, tra incendi, scontri e arresti.

Storia di eroi sconfitti

Tre manifesti a Ebbing, Missouri è un prodotto che fonde il dolore dei personaggi con il cinismo della realtà con cui si trovano a fare i conti. L’America in cui hanno luogo gli eventi è macchiata da una mentalità razzista e fortemente cattolica, scenario per cui McDonagh ha preso spunto dai film dei fratelli Coen. Per l’appunto vediamo spesso l’agente Dixon (Sam Rockwell) sfogare la propria rabbia sugli afroamericani, accusandoli di crimini che non hanno commesso. Lo stesso, in un secondo momento, si immolerà come portavoce della giustizia e della morale cattolica. Possiamo parlare dunque di un contrasto tra la sovrastruttura sociale e l’individualità della vittima, reificata a termine ultime di una colpa indistinguibile che si ripresenta nel corso della pellicola e di un’ipocrisia di fondo che accompagna gli eventi e da cui Mildred si discosta nella maniera più assoluta, armata di sarcasmo e irriverenza. È l’atteggiamento della protagonista, infatti, che ci porta a commuoverci di fronte a una madre che non lascia spazio al pianto, ma che persevera sul proprio percorso solitario di ricerca di una giustizia mai giunta. È proprio questa la parola chiave e motore del film: viene continuamente cercata, sia per vie legali che illegali, in maniera più o meno ortodossa, ma senza riuscire mai a trovare un punto d’incontro tra le diverse realtà. Ognuno dei personaggi, per l’appunto, ha la propria concezione del giusto che porta lo spettatore ad interrogarsi sul reale significato di questo termine. Le condizioni in cui ti pone la pellicole rendono impossibile trovare una risposta, in quanto i protagonisti, a tempi alternati, compiono errori che condividono la matrice dell’inconsapevolezza, salvo poi raggiungere la redenzione in un secondo momento, di pari passo alla propria metamorfosi. Lo spettatore, quindi, è portato a provare compassione per tutti i personaggi, comprendendo che essi sono vittime di una realtà dura che li induce a compiere scelte sbagliate. I protagonisti, dunque, sono diretti inesorabilmente verso il fallimento, nonostante inseguano una propria idea di bene. Particolare menzione merita la sceneggiatura per la capacità di accompagnare lo spettatore, passo per passo, lungo le lente e continue trasformazioni che avvengono nell’animo, e così nelle scelte, dei personaggi. La massima estensione espressiva si ha nel momento in cui lo sceriffo scrive le tre lettere indirizzate alla moglie, alla protagonista e a Dixon. Questo evento risulta emblematico in quanto Bill riesce a creare una forte empatia con i tre personaggi, comprendendo, e così mettendo in pratica, quali siano i modi migliori per colpire direttamente nella sfera più intima e debole del destinatario, generando reazioni e riflessioni di alta carica emotiva e stravolgenti sotto il punto di vista dell’identità costitutiva del personaggio singolo.

Tre manifesti a Ebbing, Missouri
La regia è assolutamente valida, senza particolari punti da evidenziare, se non nel momento in cui Dixon legge la propria lettera circondato dalle fiamme. Questa scena risulta particolarmente importante per l’allegoria delle fiamme che bruciano la stazione di polizia e che rappresentano un punto di svolta tra il passato di Dixon e ciò che sarà della sua vita da lì in poi. Ha forte impatto, anche se si tratta di un episodio totalmente diverso dal precedente, la scena in cui compare un cervo vicino ai tre manifesti e la protagonista inizia a parlargli. Questo ha particolare rilevanza in quanto è l’unico momento in cui la donna abbassa le proprie barriere di disillusione e cinismo per arrivare a confidarsi con quell’animale che, da sempre, è simbolo di purezza e innocenza.
Per quanto riguarda invece l’aspetto più tecnico della pellicola, i viaggi di Mildred sono accompagnati da una colonna sonora che, coerentemente alla regia, trasmette con efficacia la solitudine e il dolore della protagonista. La fotografia, invece, è la componente che risulta meno forte in quanto non sono presenti riprese di grande impatto o rilevanza, se non durante l’incendio ai manifesti o in altre rare e rapide occasioni. In conclusione, Tre manifesti a Ebbing, Missouri risulta sicuramente una delle migliori opere, non solo del 2018, ma dell’ultimo decennio. Il film ha ricevuto molti riconoscimenti tra cui “Miglior film” e “miglior sceneggiatura” ai Golden Globe, mentre hanno ricevuto il “premio Oscar” come miglior attrice protagonista Frances McDormand e come miglior attore non protagonista Sam Rockwell.

Shangai

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