Recensione di “Annientamento”

Annientamento: Garland fa ancora centro

Annientamento

L’intreccio sembra molto semplice e lineare: un gruppo di scienziati, guidati dalla biologa Lena, vengono inviati in una zona contaminata, chiamata Area X, per esaminare il luogo e trovare i resti di una squadra di soldati inviata in passato e mai più tornata. Lena accetta di partecipare alla missione a causa della malattia che ha contratto il marito, unico superstite della prima spedizione. Una volta giunta sul posto, la biologa scopre che l’area è abitata da creature mutanti e che sopravvivere al suo interno è quasi impossibile, dato che la sanità mentale delle persone è messa seriamente in pericolo.

Quando la fantascienza si fonde col dramma esistenziale

Nessuno si sarebbe aspettato che Alex Garland, col suo nuovo lungometraggio, sarebbe stato all’altezza del successo di pubblico e critica della sua opera prima, Ex Machina (2014). Perché Annientamento (2018) non è solo un progetto riuscito, ma anche un film che forse cambierà le carte in tavola. Agli occhi di un appassionato di sci-fi potremmo accostarlo ad Alien (1979) di Ridley Scott per la storia e la caratterizzazione che ha la protagonista, qui interpretata da una bravissima Natalie Portman. Ma Garland, come dicevamo prima, è riuscito a prendere il concetto di film horror fantascientifico e proiettarlo oltre, per dare un tratto più filosofico e drammatico che riflettesse le condizioni dell’animo umano.
La presenza di una volontà speculativa, infatti, aleggia come uno spettro, senza mai influenzare direttamente il corso degli eventi, ma lasciando nello spettatore un costante senso di vuoto. Possiamo quindi dire che il messaggio filosofico non viene mai esplicitato o affrontato direttamente, in favore della costruzione di un sottofondo che suggerisce, ma non impone, delle chiavi intepretative della realtà quanto mai profonde e curiose.

L’abilità di Garland, qua, si mostra nel saper inserire delle tematiche impegnative in modo tale che sia lo spettatore, a seconda delle proprie tendenze e del proprio gusto, a poter scegliere se affrontarle o se godersi la sola potenza dell’intrattenimento e dell’immagine.
Lo scopo principale del film non è tanto farti scoprire cosa sia successo effettivamente nell’area contaminata, ma mettere in evidenza e scandagliare lo stato d’animo di una donna consapevole che il suo matrimonio sta attraversando un periodo buio, che non è più felice come un tempo e che accetta la missione per ritrovare sé stessa. Il punto di vista della protagonista diventa quindi l’occhio del pubblico – sempre ammesso e concesso che in chi guarda ci sia la volontà di cercare quel qualcosa in più di cui abbiamo parlato -, che si interroga sulla natura umana e sul desiderio spasmodico della conoscenza dell’ignoto, quando in realtà, pare essere questo il messaggio finale del finale, la parte sconosciuta è dentro di noi.

Annientamento
Annientamento è un’opera visivamente incredibile. La regia e tutto il comparto tecnico, tra cui gli effetti speciali e la fotografia, si uniscono in un tutt’uno, trasmettendo quel senso di solitudine interiore che ricalca perfettamente lo stato d’animo della protagonista.

Uno dei difetti più rilevanti che possiamo riscontrare è un senso di incompiutezza sul finale. Non risulta, infatti, incisivo al massimo a causa dell’eccessiva frettolosità nel chiudere la storia nelle ultime sequenze.
Possiamo tirare le fila dicendo che Garland ancora una volta ha fatto centro, forse non impressionando tanto come con Ex Machina (2014), ma mostrando a tutti un nuovo modo di fare e di vedere il cinema.

Kowalski

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